Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Monday, February 05, 2007

Prosperare o Imitare? (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

Oggi, possiamo dirlo, siamo l’America
Prosperare o Imitare?
Analisi di un pezzo di storia

di Elisa Cotena

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Italia, fine 800. Tanti coloro i quali decidono di abbandonare quello che pare essere il sud del mondo, per cercare fortuna. Quanto tempo è passato, qui dove tutto scorre veloce sembra non esservi traccia della storia. Eppure la storia siamo noi, e la storia è storia di idee, valori, culture nate in relazione. E’ storia di miscela sempre sincrona, di arricchimento e crescita dell’uomo, considerato come pezzo di un grosso insieme chiamato “specie”e solo per convenzione diverso da “razza”. Così difficile è non dimenticare che convenzione non è realtà, che il mondo è uno, composito e bello per questo. Un insieme dinamico che così cresce, col movimento interno, con l’interazione continua e costante. Così difficile pensare alla mia storia personale come a storia inserita in una intera storicità, considerare l’oggi rispetto al passato e al futuro e non dimenticare che in tutto vi è una costante che è l’uomo, un uomo che è sempre lo stesso, nonostante tutto.

Argentina. Qui gli italiani, emigrati soprattutto dal nord, sono presenti sin dal 1776. Dopo i moti del 1821, alla migrazione dei lavoratori si aggiunse quella degli esuli politici: non solo braccia e spirito imprenditoriale, ma anche ideologia e cultura. Il contributo italiano all’indipendenza argentina, alla creazione di un movimento sindacale e alle guerre civili fu determinante. A costoro è infatti dovuta l’introduzione di idee mazziniane e proto-socialiste di fine secolo IX, ma anche lo sviluppo anarchico del Novecento. 1
Australia, stesso periodo. Qui ci sono soprattutto calabresi, lavorano come pastori, contadini, crescono, fino a piantare i primi vigneti australiani, dando il via ad un’industria vinicola tuttora fiorente. Quando si dice “da servo a padrone”…
Brasile. Secondo l’IBGS (Istituto Brasiliano Geografico Statistico) tra il 1883 e il1939 sono arrivati qui oltre quattro milioni di persone e gli italiani rappresentavano il più importante gruppo di immigrati, superando persino i portoghesi. 2 Quando nel 1888 fu abolita la schiavitù, l’immigrato italiano prese il posto dello schiavo, tanto che l’Italia dovette proibire nel 1902 con il decreto Prinetti l’emigrazione in Brasile! Anche qui gli italiani (e i calabresi!) più intraprendenti abbandonarono col tempo le campagne, diventando piccoli proprietari terrieri e imprenditori di varia specie.
Canada. Oggi la lingua italiana risulta essere la terza lingua più parlata e la prima delle lingue non ufficiali. Tra il 1951 e il 1971 gli italiani in Canada sono passati da cinquantamila a settecentotrentamila(!!), emigrazione recente quanto copiosa.
USA, infine. Tra il 1880 e il 1915 approdarono qui nove milioni di immigrati. Di questi, quattro milioni erano italiani. Circa il settanta per cento proveniva dal meridione. Gli italiani emigrati in America si definivano “uccelli di passaggio”, andavano a guadagnare un gruzzolo lasciando mogli e bambini a casa e tornavano dopo qualche anno, se tutto andava secondo i piani, con un bel capitale da investire nella madrepatria. Intanto, però, lì in America la vita non era semplice. Difficile era resistere, difficile, sempre più, pensare di tornare. Così scrive chi c’era: «E così…giungemmo in America, a centinaia su centinaia di migliaia, fino a quando non fummo più di quattro milioni. Affrontammo la povertà, la discriminazione e l’isolamento dovuti al fatto di essere in una terra straniera. La maggior parte degli immigrati era molto giovane quando venne in questo paese. Scoprirono che non solo le strade non erano lastricate d’oro, ma che erano proprio loro quelli che dovevano lastricare quelle strade. Venimmo in un luogo che ci trattava da persone inferiori. Venivamo considerati sporchi e stupidi, perfino “di colore”. [...]La struttura dominante della società tentava di umiliarci, ma noi continuammo a testa alta. Imparammo una seconda lingua, trovammo un lavoro, ci riunimmo in associazioni e comprammo case nostre. Imparammo a farcela nonostante il pregiudizio. Ci sostenemmo a vicenda e facemmo addirittura in modo di conservare il nostro stile di vita in Italia mandando a casa grandi quantità di denaro. Negli Stati Uniti, gli Italiani si mobilitarono per preservare la loro cultura. Nei quartieri Italiani fiorirono molti negozi ed attività gestite da italiani. Gli italiani si abituarono a comprare da altri italiani. Mantenemmo il nostro denaro entro la comunità e prosperammo.»2

“Prosperammo”… che bella parola. Sembra quasi voler dire “ci emancipammo”, divenimmo più grandi, più forti… e invece, semplicemente, diventammo simili ai nostri padroni. Oggi, possiamo dirlo, siamo l’America. Vengono da noi i meno fortunati, che si organizzano per prosperare. Chi guadagna qualcosina da mandare a casa, chi mette da parte per investire qui in Italia, chi decide di comprare solo dai propri connazionali. E’ così che funziona il sistema, il sud vuole diventare nord, e si mobilita per questo, lo sta già facendo. Ma al tempo stesso il nord ha bisogno di un sud da sfruttare. L’immigrazione non è che il primo passo dello sviluppo capitalista di paesi meno industrializzati. L’immigrato di oggi torna in Africa con un capitale così come fecero i self made men italiani e già ora si possono determinare la classe operaia e quella imprenditrice africane. Il problema è che però, tutto questo sistema non sta in piedi. Non possono prosperare tutti insieme, non possiamo essere tutti padroni.

Esaminare l’immigrazione è esaminare lo sviluppo necessario di una società in crisi, ma l’intento epimeteico è un altro. Bisogna che si sottolinei la possibilità di una soluzione altra al degrado. Una soluzione alternativa al finanziamento di scafisti assassini, alternativa alla possibilità di morire per raggiungere una fantomatica “terra promessa” che altro non è che terra malata, di malattia mortale. Bisogna che ci si rivolga a chi ha voglia di impegnarsi in un’analisi reale dello sviluppo di questa società, e ci si renda conto della necessità per i più poveri di emanciparsi costruendo. E’ importante che si seguano dei sogni nella vita, ma è importante anche che quei sogni siano giusti. E’ importante abbandonare un certo relativismo e capire che un giusto universale esiste, e riguarda l’uomo, la sua natura, ciò che gli giova e che per questo giova al mondo intero. L’intento epimeteico, dicevo, è quello di dimostrare che tante azioni umanitarie sono inconsapevolmente volte a conservare un certo stato di cose il quale è sbagliato, un sentire profondo è già spinta a muoversi, ma muoversi non è già avere inciso. Bisogna pensare bene prima di agire, è fondamentale andare nei luoghi dove è possibile scardinare e cominciare a farlo, parlare con chi può capire senza troppe difficoltà che non è giusto che l’uno viva grazie allo sfruttamento dell’altro. Se da un lato è quindi importante parlare con chi è fuori in quanto escluso dal sistema, dall’altro è importante anche evidenziare il paradosso qui ed ora, diffondere il messaggio tra chi si mobilita in Italia, tra chi cerca di fare sentire i nostri ospiti il più possibile uguali a noi, tra chi gli dà la possibilità di “prosperare”, ingannandoli e ingannandosi.

1 Simonetta Michelotti “Gli italiani in Argentina o gli italiani d’Argentina?”

2 www.emigrati.it

3 Nicola Coltella “Immigrazione dall’Italia Meridionale”

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