Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Saturday, February 10, 2007

L’odio fra gli stadi e la società

L’odio che vediamo nelle curve spesso viene definito impropriamente così
L’odio fra gli stadi e la società
Odiare tutti significa che non ce la si fa più e non si ha una speranza nel futuro
Nel mentre nelle sale cinematografiche si realizzava il record d’incassi per Manuale d’amore II, nella società italiana, quella reale, abbiamo assistito ad un episodio sintomatico di quale invece sia il livello della frustrazione e della violenza.

La morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti come conseguenza dei violenti scontri fuori lo stradio di Catania in occasione del derby Catania Palermo, è stata la notizia dominante sui media negli ultimi giorni insieme al dibattito sulla prosecuzione del campionato.

In un modo o nell’altro quando accadono eventi come questi si punta l’indice contro i colpevoli specifici o al massimo contro la degenerazione del sistema in cui ciò accade, in questo caso contro la degenerazione del sistema calcio. Il tutto condito dalla generale ipocrisia di chi è alla direzione di quel sistema come in portavoce delle varie società di calcio.

Evidentemente non possiamo che condannare la ferocia violenza degli scontri di Catania, che tra l’altro sembrano essere legati a gruppi ultrà di estrema destra.
Ma possiamo limitarci a fare questo? O piuttosto dovremmo unirci al coro di chi adesso chiede misure sempre più repressive e controlli più drastici?

E’ incredibile che non appena si sia parlato di interruzione del campionato si sia alzato un netto muro contro. Si potrebbe pensare: beh l’attaccamento all’attività sportiva e un certo sano agonismo possono in parte giustificare questa posizione.

La verità è che la degenerazione del sistema calcio è adesso più evidente che mai. Non solo negli ultimi anni il giro di interessi e di soldi ha polverizzato le ultime tracce di genuinità che fossero rimaste, e non è neanche bastato lo scandalo estivo che ha visto coinvolta la maggiore società italiana di calcio, oramai chi decide anche nel mondo del calcio è evidente anche ai più ingenui.
Gli interessi commerciali di sponsor e pay tv legandosi alle esigenze di bilancio di grandi e piccole società monopolizzano e dirigono l’andamento del sistema.

Ora l’aspetto che più può interessarci è che siamo di fronte alla frustrazione e alla insicurezza di tutta una nuova generazione che arriva all’età adulta e non trova alcuna reale speranza di guadagnarsi un futuro e soprattutto in un contesto sociale e quindi umano il più delle volte fatto di privazioni e miseria.

Come si sa lo stadio raccoglie da sempre il disagio sociale canalizzandolo in una direzione tutto sommato innocua per il sistema capitalistico che ne è invece la ragione.
Le curve che diventano vere e proprie zone franche dove tutto è possibile non sono che la valvola di sfogo per migliaia di giovani che magari disoccupati o precari, alla domenica credono di rifarsi della propria quotidianità ritrovando uno spazio di libertà ed espressione.

L’odio che vediamo nelle curve spesso viene definito impropriamente così.
Certo da un lato stiamo assistendo in particolare nelle grandi città ad un intensificarsi di gruppi di destra che egemonizzano le curve, ma la verità che il più delle volte l’aggressività non è diretta nei confronti di qualcosa in particolare.

Spesso si leggono striscioni del tipo Odio tutti.
Ora questo è indicativo: purtroppo migliaia di giovani stanno pagando a caro prezzo e sulla propria pelle le nuove riforme introdotte dagli ultimi governi, sotto la pressione di un sistema capitalistico che arranca sempre di più e passa sopra i diritti dei lavoratori.
Purtroppo oltre a questo si sconta anche lo spostamento a destra delle organizzazioni politiche di sinistra e la crisi di radicamento sul territorio nelle scuole e nei posti di lavoro che ormai non rientra più nei metodi delle organizzazioni politiche di sinistra.

La crisi di riferimenti e la confusione dovuto al bombardamento mass mediatico fanno il resto.
Odiare tutti significa che non ce la si fa più e non si ha una speranza nel futuro.
Odiare tutti significa però anche non odiare nessuno in particolare e così colpire un poliziotto può per molti essere equivalente a insultare un immigrato o anche semplicemente picchiare la moglie.

Senza coscienza della radice del proprio disagio, non si fanno passi in avanti verso la propria emancipazione. Anzi si entra nel meccanismo perverso di oppressione fra oppressi che sostiene questo sistema.

Non si può tollerare che gli effetti di questa crisi sociale e di quella in particolare relativa al sistema calcio si traducano semplicemente in queste norme apparentemente più repressive contro il tifo violento ma che in realtà restringono alcuni diritti oltre che allontanare ancora di più la maggior parte dei giovani dal calcio.

Non possiamo tollerare che ancora una volta un problema sociale sia considerato un problema di ordine pubblico. Non è possibile passare sotto silenzio che queste misure provengono dagli stessi ministri che in queste stesse settimane hanno votato l’introduzione di enti privati all’interno dei consigli di amministrazione delle scuole, colpendo ulteriormente il sistema pubblico dell’istruzione.

I tifosi o anche gli ultrà non vivono allo stadio tutta la settimana.
Il nostro compito è quello di essere in quei luoghi dove realmente questi si trovano e vivono su di loro la contraddirne e lo sfruttamento di questa società, senza tuttavia averne una reale coscienza.
Trasformare il semplice sfogo sullo striscione Odio tutti, in un’idea di opposizione sociale e di lotta per una società migliore e volendo per l’abbattimento e la ricostruzione di questo mondo del calcio dominato dall’interesse di grandi gruppi economici.

Giulio Trapanese

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Monday, February 05, 2007

Prosperare o Imitare? (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

Oggi, possiamo dirlo, siamo l’America
Prosperare o Imitare?
Analisi di un pezzo di storia

di Elisa Cotena

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Italia, fine 800. Tanti coloro i quali decidono di abbandonare quello che pare essere il sud del mondo, per cercare fortuna. Quanto tempo è passato, qui dove tutto scorre veloce sembra non esservi traccia della storia. Eppure la storia siamo noi, e la storia è storia di idee, valori, culture nate in relazione. E’ storia di miscela sempre sincrona, di arricchimento e crescita dell’uomo, considerato come pezzo di un grosso insieme chiamato “specie”e solo per convenzione diverso da “razza”. Così difficile è non dimenticare che convenzione non è realtà, che il mondo è uno, composito e bello per questo. Un insieme dinamico che così cresce, col movimento interno, con l’interazione continua e costante. Così difficile pensare alla mia storia personale come a storia inserita in una intera storicità, considerare l’oggi rispetto al passato e al futuro e non dimenticare che in tutto vi è una costante che è l’uomo, un uomo che è sempre lo stesso, nonostante tutto.

Argentina. Qui gli italiani, emigrati soprattutto dal nord, sono presenti sin dal 1776. Dopo i moti del 1821, alla migrazione dei lavoratori si aggiunse quella degli esuli politici: non solo braccia e spirito imprenditoriale, ma anche ideologia e cultura. Il contributo italiano all’indipendenza argentina, alla creazione di un movimento sindacale e alle guerre civili fu determinante. A costoro è infatti dovuta l’introduzione di idee mazziniane e proto-socialiste di fine secolo IX, ma anche lo sviluppo anarchico del Novecento. 1
Australia, stesso periodo. Qui ci sono soprattutto calabresi, lavorano come pastori, contadini, crescono, fino a piantare i primi vigneti australiani, dando il via ad un’industria vinicola tuttora fiorente. Quando si dice “da servo a padrone”…
Brasile. Secondo l’IBGS (Istituto Brasiliano Geografico Statistico) tra il 1883 e il1939 sono arrivati qui oltre quattro milioni di persone e gli italiani rappresentavano il più importante gruppo di immigrati, superando persino i portoghesi. 2 Quando nel 1888 fu abolita la schiavitù, l’immigrato italiano prese il posto dello schiavo, tanto che l’Italia dovette proibire nel 1902 con il decreto Prinetti l’emigrazione in Brasile! Anche qui gli italiani (e i calabresi!) più intraprendenti abbandonarono col tempo le campagne, diventando piccoli proprietari terrieri e imprenditori di varia specie.
Canada. Oggi la lingua italiana risulta essere la terza lingua più parlata e la prima delle lingue non ufficiali. Tra il 1951 e il 1971 gli italiani in Canada sono passati da cinquantamila a settecentotrentamila(!!), emigrazione recente quanto copiosa.
USA, infine. Tra il 1880 e il 1915 approdarono qui nove milioni di immigrati. Di questi, quattro milioni erano italiani. Circa il settanta per cento proveniva dal meridione. Gli italiani emigrati in America si definivano “uccelli di passaggio”, andavano a guadagnare un gruzzolo lasciando mogli e bambini a casa e tornavano dopo qualche anno, se tutto andava secondo i piani, con un bel capitale da investire nella madrepatria. Intanto, però, lì in America la vita non era semplice. Difficile era resistere, difficile, sempre più, pensare di tornare. Così scrive chi c’era: «E così…giungemmo in America, a centinaia su centinaia di migliaia, fino a quando non fummo più di quattro milioni. Affrontammo la povertà, la discriminazione e l’isolamento dovuti al fatto di essere in una terra straniera. La maggior parte degli immigrati era molto giovane quando venne in questo paese. Scoprirono che non solo le strade non erano lastricate d’oro, ma che erano proprio loro quelli che dovevano lastricare quelle strade. Venimmo in un luogo che ci trattava da persone inferiori. Venivamo considerati sporchi e stupidi, perfino “di colore”. [...]La struttura dominante della società tentava di umiliarci, ma noi continuammo a testa alta. Imparammo una seconda lingua, trovammo un lavoro, ci riunimmo in associazioni e comprammo case nostre. Imparammo a farcela nonostante il pregiudizio. Ci sostenemmo a vicenda e facemmo addirittura in modo di conservare il nostro stile di vita in Italia mandando a casa grandi quantità di denaro. Negli Stati Uniti, gli Italiani si mobilitarono per preservare la loro cultura. Nei quartieri Italiani fiorirono molti negozi ed attività gestite da italiani. Gli italiani si abituarono a comprare da altri italiani. Mantenemmo il nostro denaro entro la comunità e prosperammo.»2

“Prosperammo”… che bella parola. Sembra quasi voler dire “ci emancipammo”, divenimmo più grandi, più forti… e invece, semplicemente, diventammo simili ai nostri padroni. Oggi, possiamo dirlo, siamo l’America. Vengono da noi i meno fortunati, che si organizzano per prosperare. Chi guadagna qualcosina da mandare a casa, chi mette da parte per investire qui in Italia, chi decide di comprare solo dai propri connazionali. E’ così che funziona il sistema, il sud vuole diventare nord, e si mobilita per questo, lo sta già facendo. Ma al tempo stesso il nord ha bisogno di un sud da sfruttare. L’immigrazione non è che il primo passo dello sviluppo capitalista di paesi meno industrializzati. L’immigrato di oggi torna in Africa con un capitale così come fecero i self made men italiani e già ora si possono determinare la classe operaia e quella imprenditrice africane. Il problema è che però, tutto questo sistema non sta in piedi. Non possono prosperare tutti insieme, non possiamo essere tutti padroni.

Esaminare l’immigrazione è esaminare lo sviluppo necessario di una società in crisi, ma l’intento epimeteico è un altro. Bisogna che si sottolinei la possibilità di una soluzione altra al degrado. Una soluzione alternativa al finanziamento di scafisti assassini, alternativa alla possibilità di morire per raggiungere una fantomatica “terra promessa” che altro non è che terra malata, di malattia mortale. Bisogna che ci si rivolga a chi ha voglia di impegnarsi in un’analisi reale dello sviluppo di questa società, e ci si renda conto della necessità per i più poveri di emanciparsi costruendo. E’ importante che si seguano dei sogni nella vita, ma è importante anche che quei sogni siano giusti. E’ importante abbandonare un certo relativismo e capire che un giusto universale esiste, e riguarda l’uomo, la sua natura, ciò che gli giova e che per questo giova al mondo intero. L’intento epimeteico, dicevo, è quello di dimostrare che tante azioni umanitarie sono inconsapevolmente volte a conservare un certo stato di cose il quale è sbagliato, un sentire profondo è già spinta a muoversi, ma muoversi non è già avere inciso. Bisogna pensare bene prima di agire, è fondamentale andare nei luoghi dove è possibile scardinare e cominciare a farlo, parlare con chi può capire senza troppe difficoltà che non è giusto che l’uno viva grazie allo sfruttamento dell’altro. Se da un lato è quindi importante parlare con chi è fuori in quanto escluso dal sistema, dall’altro è importante anche evidenziare il paradosso qui ed ora, diffondere il messaggio tra chi si mobilita in Italia, tra chi cerca di fare sentire i nostri ospiti il più possibile uguali a noi, tra chi gli dà la possibilità di “prosperare”, ingannandoli e ingannandosi.

1 Simonetta Michelotti “Gli italiani in Argentina o gli italiani d’Argentina?”

2 www.emigrati.it

3 Nicola Coltella “Immigrazione dall’Italia Meridionale”

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