Del povero e poetico canto del multiculturalismo (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Tanto vale iniziare da un’intervista all’interprete dell’ultimo film di Giuseppe Tornatore, Ksenia Rapport :
“giornalista : Complimenti per l’italiano, l’ha imparato più che discretamente in pochissimo tempo.
Rapport: E’ stata la TV, mentre ero in Italia per il film, la tenevo sempre accesa.”
Ora se Isabella Mazzitelli, firma di Vanity Fair ed autrice dell’intervista, ha riportato senza alcuna correzione le parole dell’attrice, ha tutte le ragioni per farle i complimenti. Brava a Ksenia Rapport!
Eppure quando ho letto il “metodo” di studio utilizzato dall’attrice russa non ho potuto che essere suggestionato da due fatti, uno culturale e l’altro privato: quello culturale si riferisce ad una conferenza ascoltata al Festival della Letteratura di Pordenone di Gian Luigi Beccaria, studioso dell’idioma nstrno, a proposito della lingua italiana e implicitamente dell’italiano, oggi; mentre quello privato si riferisce all’incomprensione linguistica, di cui sono stato testimone, fra un’anziana donna italiana e la sua badante straniera, incomprensione che ha causato il licenziamento di quest’ultima.
Questo piccolo evento è solo una metafora, probabilmente anche un po’ rozza di un possibile rapporto fra chi possiede i mezzi ( in questo caso linguistici) e detiene il potere e chi non ne possiede e quindi subisce. Imparare la lingua è una soluzione fin troppo semplicistica e per alcuni immigrati fin troppo difficile. Il problema non è conoscere o meno la lingua, avere o no il lasciapassare, ma è l’identità nella sua unicità o nella sua molteplicità: insomma nel cuore dell’Italia, paese con una grande storia di dominazioni straniere, con una grande storia d’indipendenza e con una grande storia d’emigrazione che ora si trova a fare la parte del paese ospitante,possono convivere molteplici anime-identità senza essere vittime né di un “unicum” omologato né della nascita di ghetti e subordinazioni?
Ma prima di ciò c’è da chiedersi qual è l’identità italiana che temo possa portare omologazione o ghettizzazione. Qual è l’identità italiana a cui si appellano coloro che vogliono la chiusura delle frontiere, coloro che pensano che gli stranieri rubino il lavoro, stuprino e ammazzino, coloro che di alcuni fatti criminali ne fanno il paradigma, il DNA civile e culturale di un popolo.
I facili nazionalismi che vengono gridati alle manifestazioni contro le ondate migratorie sono il nostalgico desiderio di una rinnovata unità nazionale che corrisponde per altro a nuove logiche di divisione territoriale, che ricordano mappe geografiche pre-risorgimentali.I falsi patriottismi sembrano essere un violento auspicio ad una razza latina figlia di una lupa un po’ fascista un po’ lombarda. L’Italia che conserva ciò che è in continuo mutamento e forse non c’è mai stato nelle forme ritenute- l‘identità - non fa che rappresentare la grande paura dell’Occidente a vedersi fisicamente sommerso da ondate di popoli più numerosi e demograficamente più vitali.
In effetti questa Italia “italiana” fa un po’ ridere ed anche un po’ piangere. Questo corpo che esplode, onanisticamente, di se stesso ha un volto che non mi piace e una sicurezza, che da quel poco che ho studiato, non ha alcun motivo d’essere. L’Italia non è mai stata italiana, la reale identità italiana è una continua stratificazione di domini e di lingue minori, penso al ruolo dell’italiano prima e dopo l’unità d’Italia. Il mistico del e per il popolo Mazzini, il federalista Cattaneo e il neo-guelfo Gioberti avevano un’idea romantica del popolo italiano. Questi parlavano soprattutto agli altri intellettuali e all’elite borghesi, poiché la lingua del popolo italiano non era la loro, ma era il dialetto, che non era lo stesso in tutta l’Italia, ma si diversificava di regione in regione.
La questione linguistica è sintomo di una identità politica e storica multipla, divisa, meticcia e meravigliosamente sporca : questo è durato fino al boom economico, cioè fino a quando non è arrivata la Tv che è stata la maestra di tutti quegli italiani che non conoscevano la propria lingua, che erano allo stesso tempo cittadini e stranieri del proprio territorio.
Ed ancora è stato quel simulacro di benessere e ricchezza a permettere la massificazione culturale, politica, e in un certo particolarissimo senso anche di classe del nostro paese.
Il cittadino italiano, come la Rappeau e i fratelli arabi, russi, ucraini, polacchi, albanesi, romeni, ha iniziato a parlare la propria lingua quasi come fosse “un’ondata migratoria” della propria terra. Quasi come avesse risposto assai democraticamente ad un ultimo definitivo dominio.
Questo insegnamento certo è stato un bene che però ha lasciato i suoi dolori e le sue vittime . Nel senso che è pur vero che la diffusione di una lingua comune è il raggiungimento di un obiettivo politico giusto e che permette una facilità e comodità senza pari, ma non fa neanche sconti a chi rimane indietro, producendo un diffuso senso di alienazione e precarietà. Infatti accanto al dominio del linguaggio televisivo oggi è doveroso porre il linguaggio del computer e quello dell’inglese da marketing : nuove derive tecnico-scientifiche , nuova speranza delle logiche del potere.
Quindi non dimenticando il dato che riguarda il passaggio dalla lingua dialettale alla lingua italiana “televisionizzata” credo che le lingue delle migrazioni, i differenti suoni che ci sorprendono per le strade siano le lingue della marginalità del potere e che siano isola incontaminata di possibilità di poesia realmente povera ed essenziale.
In fondo questi moderni “barbari”,per comunicare con noi, conoscono, al nostro contrario, solo le parole della grazia e della ribellione.
So che la cronaca, i mass-media, la Tv spesso ci danno un’immagine molto differenti degli stranieri presentandoci gli efferati fatti di violenza che avvengono in alcune famiglie e in altre situazioni. So anche che è difficile resistere alle tentazioni del razzismo autorizzato dal linguaggio mediatico, ma cosa crediamo che possa portare il sottilissimo e diffuso clima di ostilità verso gli stranieri se non ad una conseguente chiusura, che coltiva in seno una resistenza dura, integralista e radicale. In questi giorni ci si è posti il problema sul perché le tradizioni religiose nei paesi ospitanti vengono vissute in modo più violento più severo rispetto al paese d’origine: credo che sia perché appunto in un territorio ostile non può che venire dagli stranieri una profonda paura che si tramuta, drammaticamente, nei fatti che conosciamo e che leggiamo sui giornali.
Ciò ci invita ad un esame di coscienza e a non fare seppure di un certo numero di fatti una caratterizzazione generale di un popolo .
Generalizzare è stupido e porta temibili conseguenze.
Ricordo a questo punto un altro fatto di cronaca , quello degli adolescenti, Erika e Omar, i quali dissero ai primi interrogatori che ad uccidere madre e fratellino di lei erano stati due stranieri. Allora tutta l’Italia diede la caccia allo straniero. La Lega organizzò manifestazioni che registrarono un gran numero di partecipanti. Ricordo con particolare malizia e divertimento un preoccupato Gian Franco Fini, allora vice- presidente del Consiglio, rispondere, nello studio di Porta a Porta, alle ansie sulla sicurezza della soubrette Milena Miconi.
Eppure, qualora non ce lo ricordassimo, nessuno straniero, nessun bisogno di una maggiore sicurezza, che desse un occhio in più agli immigrati: l’assassino ce l’avevamo in casa noi e le vittime.
Dopo la scoperta seguì uno strano silenzio.
“giornalista : Complimenti per l’italiano, l’ha imparato più che discretamente in pochissimo tempo.
Rapport: E’ stata la TV, mentre ero in Italia per il film, la tenevo sempre accesa.”
Ora se Isabella Mazzitelli, firma di Vanity Fair ed autrice dell’intervista, ha riportato senza alcuna correzione le parole dell’attrice, ha tutte le ragioni per farle i complimenti. Brava a Ksenia Rapport!
Eppure quando ho letto il “metodo” di studio utilizzato dall’attrice russa non ho potuto che essere suggestionato da due fatti, uno culturale e l’altro privato: quello culturale si riferisce ad una conferenza ascoltata al Festival della Letteratura di Pordenone di Gian Luigi Beccaria, studioso dell’idioma nstrno, a proposito della lingua italiana e implicitamente dell’italiano, oggi; mentre quello privato si riferisce all’incomprensione linguistica, di cui sono stato testimone, fra un’anziana donna italiana e la sua badante straniera, incomprensione che ha causato il licenziamento di quest’ultima.
Questo piccolo evento è solo una metafora, probabilmente anche un po’ rozza di un possibile rapporto fra chi possiede i mezzi ( in questo caso linguistici) e detiene il potere e chi non ne possiede e quindi subisce. Imparare la lingua è una soluzione fin troppo semplicistica e per alcuni immigrati fin troppo difficile. Il problema non è conoscere o meno la lingua, avere o no il lasciapassare, ma è l’identità nella sua unicità o nella sua molteplicità: insomma nel cuore dell’Italia, paese con una grande storia di dominazioni straniere, con una grande storia d’indipendenza e con una grande storia d’emigrazione che ora si trova a fare la parte del paese ospitante,possono convivere molteplici anime-identità senza essere vittime né di un “unicum” omologato né della nascita di ghetti e subordinazioni?
Ma prima di ciò c’è da chiedersi qual è l’identità italiana che temo possa portare omologazione o ghettizzazione. Qual è l’identità italiana a cui si appellano coloro che vogliono la chiusura delle frontiere, coloro che pensano che gli stranieri rubino il lavoro, stuprino e ammazzino, coloro che di alcuni fatti criminali ne fanno il paradigma, il DNA civile e culturale di un popolo.
I facili nazionalismi che vengono gridati alle manifestazioni contro le ondate migratorie sono il nostalgico desiderio di una rinnovata unità nazionale che corrisponde per altro a nuove logiche di divisione territoriale, che ricordano mappe geografiche pre-risorgimentali.I falsi patriottismi sembrano essere un violento auspicio ad una razza latina figlia di una lupa un po’ fascista un po’ lombarda. L’Italia che conserva ciò che è in continuo mutamento e forse non c’è mai stato nelle forme ritenute- l‘identità - non fa che rappresentare la grande paura dell’Occidente a vedersi fisicamente sommerso da ondate di popoli più numerosi e demograficamente più vitali.
In effetti questa Italia “italiana” fa un po’ ridere ed anche un po’ piangere. Questo corpo che esplode, onanisticamente, di se stesso ha un volto che non mi piace e una sicurezza, che da quel poco che ho studiato, non ha alcun motivo d’essere. L’Italia non è mai stata italiana, la reale identità italiana è una continua stratificazione di domini e di lingue minori, penso al ruolo dell’italiano prima e dopo l’unità d’Italia. Il mistico del e per il popolo Mazzini, il federalista Cattaneo e il neo-guelfo Gioberti avevano un’idea romantica del popolo italiano. Questi parlavano soprattutto agli altri intellettuali e all’elite borghesi, poiché la lingua del popolo italiano non era la loro, ma era il dialetto, che non era lo stesso in tutta l’Italia, ma si diversificava di regione in regione.
La questione linguistica è sintomo di una identità politica e storica multipla, divisa, meticcia e meravigliosamente sporca : questo è durato fino al boom economico, cioè fino a quando non è arrivata la Tv che è stata la maestra di tutti quegli italiani che non conoscevano la propria lingua, che erano allo stesso tempo cittadini e stranieri del proprio territorio.
Ed ancora è stato quel simulacro di benessere e ricchezza a permettere la massificazione culturale, politica, e in un certo particolarissimo senso anche di classe del nostro paese.
Il cittadino italiano, come la Rappeau e i fratelli arabi, russi, ucraini, polacchi, albanesi, romeni, ha iniziato a parlare la propria lingua quasi come fosse “un’ondata migratoria” della propria terra. Quasi come avesse risposto assai democraticamente ad un ultimo definitivo dominio.
Questo insegnamento certo è stato un bene che però ha lasciato i suoi dolori e le sue vittime . Nel senso che è pur vero che la diffusione di una lingua comune è il raggiungimento di un obiettivo politico giusto e che permette una facilità e comodità senza pari, ma non fa neanche sconti a chi rimane indietro, producendo un diffuso senso di alienazione e precarietà. Infatti accanto al dominio del linguaggio televisivo oggi è doveroso porre il linguaggio del computer e quello dell’inglese da marketing : nuove derive tecnico-scientifiche , nuova speranza delle logiche del potere.
Quindi non dimenticando il dato che riguarda il passaggio dalla lingua dialettale alla lingua italiana “televisionizzata” credo che le lingue delle migrazioni, i differenti suoni che ci sorprendono per le strade siano le lingue della marginalità del potere e che siano isola incontaminata di possibilità di poesia realmente povera ed essenziale.
In fondo questi moderni “barbari”,per comunicare con noi, conoscono, al nostro contrario, solo le parole della grazia e della ribellione.
So che la cronaca, i mass-media, la Tv spesso ci danno un’immagine molto differenti degli stranieri presentandoci gli efferati fatti di violenza che avvengono in alcune famiglie e in altre situazioni. So anche che è difficile resistere alle tentazioni del razzismo autorizzato dal linguaggio mediatico, ma cosa crediamo che possa portare il sottilissimo e diffuso clima di ostilità verso gli stranieri se non ad una conseguente chiusura, che coltiva in seno una resistenza dura, integralista e radicale. In questi giorni ci si è posti il problema sul perché le tradizioni religiose nei paesi ospitanti vengono vissute in modo più violento più severo rispetto al paese d’origine: credo che sia perché appunto in un territorio ostile non può che venire dagli stranieri una profonda paura che si tramuta, drammaticamente, nei fatti che conosciamo e che leggiamo sui giornali.
Ciò ci invita ad un esame di coscienza e a non fare seppure di un certo numero di fatti una caratterizzazione generale di un popolo .
Generalizzare è stupido e porta temibili conseguenze.
Ricordo a questo punto un altro fatto di cronaca , quello degli adolescenti, Erika e Omar, i quali dissero ai primi interrogatori che ad uccidere madre e fratellino di lei erano stati due stranieri. Allora tutta l’Italia diede la caccia allo straniero. La Lega organizzò manifestazioni che registrarono un gran numero di partecipanti. Ricordo con particolare malizia e divertimento un preoccupato Gian Franco Fini, allora vice- presidente del Consiglio, rispondere, nello studio di Porta a Porta, alle ansie sulla sicurezza della soubrette Milena Miconi.
Eppure, qualora non ce lo ricordassimo, nessuno straniero, nessun bisogno di una maggiore sicurezza, che desse un occhio in più agli immigrati: l’assassino ce l’avevamo in casa noi e le vittime.
Dopo la scoperta seguì uno strano silenzio.
Nicola Ingenito
Labels: immigrazione, linguaggio

0 Comments:
Post a Comment
<< Home