Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Saturday, January 27, 2007

I Nuovi Luoghi dell’Impegno: su INTERNET


La Partecipazione non è “morta” ma va oltre le frontiere tradizionali
I Nuovi Luoghi dell’Impegno:
su INTERNET

Il Movimento Politico e Culturale si riversa dalle Piazze cittadine a quelle telematiche
(prossimamente sul n° 2 di Epimeteo)
Sin dall’antichità greco romana, se non prima, e ancora in età medievale, per poi passare a quelle moderna ed arrivare nella contemporaneità, in particolar modo nell’Europa della Resistenza anti-nazifascismo, e poi nel contesto planetario dei Movimenti di Contestazione (giovanile, studentesca, operaia, femminista, per i diritti civili e le libertà individuali) degli anni 60-70 (con le due date simbolo del ’68 e del ’77), la “Piazza” (intesa come lo spazio pubblico e non solo come elemento urbanistico circolare) assume un ruolo fondamentale, per l’attività politica e di impegno civico. E’ il luogo materiale in cui la gente si riversa per dare il proprio contributo alla lotta, alla battaglia sociale, alla protesta, ma più in generale alla partecipazione civile estesa nella vita politica.
La volontà di interessarsi della “res publica”, non è stata mai comunque una prerogativa di massa, tuttavia, nei periodi storici appena citati, era molto più diffusa rispetto all’ultimo decennio in cui il disimpegno, l’arrivismo, e la chiusura nell’individualismo, hanno preso un netto sopravvento nell’ambito più generale di un sistema consumistico che pone, come unico interesse e fine dell’uomo, ciò che al massimo dovrebbe essere un mezzo, ovvero il bene materiale, l’accumulo di consumi.
La politica partitica tradizionale è, già da molto tempo, in totale empasse, o meglio in un catastrofico decadimento. Il livello teorico dei Partiti è oramai nullo con un dibattito politico-culturale che scarseggia, ma anche l’iniziativa pratica, per questi tipi di soggetti sociali, langue in una preoccupante crisi dell’attivismo e in una deriva affaristica dell’attività parlamentare e rappresentativa in genere.
Le nuove forme di partecipazione sociale, come quelle dell’Associazionismo, dei comitati civici, dei social forum e dei Movimenti, sono l’ultimo baluardo dell’impegno sociale, nonostante il fiore all’occhiello di queste nuove realtà, quale il “Movimento dei Movimenti”(new global, pacifista, libertario, equo-solidale), dopo il 2002, si sia rivelato solo un illusione, un barbaglio che si è risolto in un fuoco di paglia e in un lago di sangue (quello di Genova).
Il Movimentismo, inteso oggi non antiteticamente al sistema partitico ma spesso in sinergia con esso, tende a rimare comunque la forma più affascinante per quella fascia di donne e uomini che hanno una certa predisposizione all’impegno civile. Tuttavia, così come le sezioni di Partito non sono più piene come una volta, nelle Piazze, ovvero nei cortei e nelle manifestazioni più varie (così come nelle assemble, nei centri sociali e culturali, nelle sedi d’associazione, nei forum pubblici e negli happening), le persone, e soprattutto i giovani, sono presenti in maniera sempre meno consistente e sempre più di rado.
Questo “assenteismo pubblico”, questa Piazza anno dopo anno più vuota, tranne che in casi eccezionali e per fini molto specifici, fanno paventare un’inesistenza irreversibile di impegno e di promozione socio-politici per i nostri tempi.
La massa è arresa alla realtà vigente e non crede nella possibilità di cambiamento di ciò che palesemente non gli va bene, ma anche quelle vecchie file di avanguardia sociale si sono ritirate e non si sono più rigenerate?
Ci affacciamo dalle finestre e non si vedono striscioni, non si sentono cori.
Sembrerebbe che i Movimenti di idee e azione, tendano a fermarsi.
Tuttavia, prima di giungere a conclusioni così immediatamente “catastrofiche”, bisognerebbe guardare meglio e dovunque. Ci sarebbe bisogno di un’analisi che sappia guardare oltre i tradizionali spazi di socialità. In altre parole, prima di dichiarare morto il “Movimento” di gente che si confronta e battaglia dialetticamente sulla politica, sulla cultura, sulla società, bisogna valutare quelli che sono i nuovi luoghi di popolamento, quelle che possiamo definire le “Piazze Virtuali”. Potrebbe essere Internet, infatti, la nuova realtà in cui, oggigiorno, ci si organizza, si promuove, si diffonde e magari si lotta.
In effetti, basta un minimo sopralluogo per la rete telematica e si capisce come non si tratti solo di un posto di pedo-porno-grafomani e fanatici del “download”, ma come in essa si stia sviluppando un vero nuovo circuito di “Agorà”.
Nella Piazza Virtuale, oggi vanno a muoversi quelle realtà politiche e sociali che in passato si riversavano nella tradizionale Piazza Materiale (non diciamo reale perché poi anche la prima, sebbene telematica, resta di fatto tale).
Sono milioni i siti, i portali, le mailing-list, i volantini e le riviste multimediali, le newsletters, i blog, i forum telematici, che fanno promozione sociale, che alimentano il dibattito politico, che organizzano opposizioni dal basso e propongono democrazia partecipativa. Ci sono persino Associazioni, Organizzazioni No-Profit e Partiti, puramente telematici ovvero che hanno solo una sede virtuale.
Così, chiunque, gruppo o individuo, e da qualsiasi posizione ideale/ideologica, voglia “partecipare”, abbia intenzione di dare il proprio contributo alla lotta e alla promozione per la rinascita o il rinnovamento politico-culturale della società contemporanea, non può che puntare, magari in maniera prioritaria su questo nuovo contesto, su questi nuovi places.
Leandro Sgueglia
www.epimeteo.info

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Del povero e poetico canto del multiculturalismo (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Tanto vale iniziare da un’intervista all’interprete dell’ultimo film di Giuseppe Tornatore, Ksenia Rapport :

“giornalista : Complimenti per l’italiano, l’ha imparato più che discretamente in pochissimo tempo.
Rapport: E’ stata la TV, mentre ero in Italia per il film, la tenevo sempre accesa.”

Ora se Isabella Mazzitelli, firma di Vanity Fair ed autrice dell’intervista, ha riportato senza alcuna correzione le parole dell’attrice, ha tutte le ragioni per farle i complimenti. Brava a Ksenia Rapport!
Eppure quando ho letto il “metodo” di studio utilizzato dall’attrice russa non ho potuto che essere suggestionato da due fatti, uno culturale e l’altro privato: quello culturale si riferisce ad una conferenza ascoltata al Festival della Letteratura di Pordenone di Gian Luigi Beccaria, studioso dell’idioma nstrno, a proposito della lingua italiana e implicitamente dell’italiano, oggi; mentre quello privato si riferisce all’incomprensione linguistica, di cui sono stato testimone, fra un’anziana donna italiana e la sua badante straniera, incomprensione che ha causato il licenziamento di quest’ultima.
Questo piccolo evento è solo una metafora, probabilmente anche un po’ rozza di un possibile rapporto fra chi possiede i mezzi ( in questo caso linguistici) e detiene il potere e chi non ne possiede e quindi subisce. Imparare la lingua è una soluzione fin troppo semplicistica e per alcuni immigrati fin troppo difficile. Il problema non è conoscere o meno la lingua, avere o no il lasciapassare, ma è l’identità nella sua unicità o nella sua molteplicità: insomma nel cuore dell’Italia, paese con una grande storia di dominazioni straniere, con una grande storia d’indipendenza e con una grande storia d’emigrazione che ora si trova a fare la parte del paese ospitante,possono convivere molteplici anime-identità senza essere vittime né di un “unicum” omologato né della nascita di ghetti e subordinazioni?

Ma prima di ciò c’è da chiedersi qual è l’identità italiana che temo possa portare omologazione o ghettizzazione. Qual è l’identità italiana a cui si appellano coloro che vogliono la chiusura delle frontiere, coloro che pensano che gli stranieri rubino il lavoro, stuprino e ammazzino, coloro che di alcuni fatti criminali ne fanno il paradigma, il DNA civile e culturale di un popolo.
I facili nazionalismi che vengono gridati alle manifestazioni contro le ondate migratorie sono il nostalgico desiderio di una rinnovata unità nazionale che corrisponde per altro a nuove logiche di divisione territoriale, che ricordano mappe geografiche pre-risorgimentali.I falsi patriottismi sembrano essere un violento auspicio ad una razza latina figlia di una lupa un po’ fascista un po’ lombarda. L’Italia che conserva ciò che è in continuo mutamento e forse non c’è mai stato nelle forme ritenute- l‘identità - non fa che rappresentare la grande paura dell’Occidente a vedersi fisicamente sommerso da ondate di popoli più numerosi e demograficamente più vitali.
In effetti questa Italia “italiana” fa un po’ ridere ed anche un po’ piangere. Questo corpo che esplode, onanisticamente, di se stesso ha un volto che non mi piace e una sicurezza, che da quel poco che ho studiato, non ha alcun motivo d’essere. L’Italia non è mai stata italiana, la reale identità italiana è una continua stratificazione di domini e di lingue minori, penso al ruolo dell’italiano prima e dopo l’unità d’Italia. Il mistico del e per il popolo Mazzini, il federalista Cattaneo e il neo-guelfo Gioberti avevano un’idea romantica del popolo italiano. Questi parlavano soprattutto agli altri intellettuali e all’elite borghesi, poiché la lingua del popolo italiano non era la loro, ma era il dialetto, che non era lo stesso in tutta l’Italia, ma si diversificava di regione in regione.
La questione linguistica è sintomo di una identità politica e storica multipla, divisa, meticcia e meravigliosamente sporca : questo è durato fino al boom economico, cioè fino a quando non è arrivata la Tv che è stata la maestra di tutti quegli italiani che non conoscevano la propria lingua, che erano allo stesso tempo cittadini e stranieri del proprio territorio.
Ed ancora è stato quel simulacro di benessere e ricchezza a permettere la massificazione culturale, politica, e in un certo particolarissimo senso anche di classe del nostro paese.

Il cittadino italiano, come la Rappeau e i fratelli arabi, russi, ucraini, polacchi, albanesi, romeni, ha iniziato a parlare la propria lingua quasi come fosse “un’ondata migratoria” della propria terra. Quasi come avesse risposto assai democraticamente ad un ultimo definitivo dominio.
Questo insegnamento certo è stato un bene che però ha lasciato i suoi dolori e le sue vittime . Nel senso che è pur vero che la diffusione di una lingua comune è il raggiungimento di un obiettivo politico giusto e che permette una facilità e comodità senza pari, ma non fa neanche sconti a chi rimane indietro, producendo un diffuso senso di alienazione e precarietà. Infatti accanto al dominio del linguaggio televisivo oggi è doveroso porre il linguaggio del computer e quello dell’inglese da marketing : nuove derive tecnico-scientifiche , nuova speranza delle logiche del potere.
Quindi non dimenticando il dato che riguarda il passaggio dalla lingua dialettale alla lingua italiana “televisionizzata” credo che le lingue delle migrazioni, i differenti suoni che ci sorprendono per le strade siano le lingue della marginalità del potere e che siano isola incontaminata di possibilità di poesia realmente povera ed essenziale.
In fondo questi moderni “barbari”,per comunicare con noi, conoscono, al nostro contrario, solo le parole della grazia e della ribellione.

So che la cronaca, i mass-media, la Tv spesso ci danno un’immagine molto differenti degli stranieri presentandoci gli efferati fatti di violenza che avvengono in alcune famiglie e in altre situazioni. So anche che è difficile resistere alle tentazioni del razzismo autorizzato dal linguaggio mediatico, ma cosa crediamo che possa portare il sottilissimo e diffuso clima di ostilità verso gli stranieri se non ad una conseguente chiusura, che coltiva in seno una resistenza dura, integralista e radicale. In questi giorni ci si è posti il problema sul perché le tradizioni religiose nei paesi ospitanti vengono vissute in modo più violento più severo rispetto al paese d’origine: credo che sia perché appunto in un territorio ostile non può che venire dagli stranieri una profonda paura che si tramuta, drammaticamente, nei fatti che conosciamo e che leggiamo sui giornali.
Ciò ci invita ad un esame di coscienza e a non fare seppure di un certo numero di fatti una caratterizzazione generale di un popolo .
Generalizzare è stupido e porta temibili conseguenze.
Ricordo a questo punto un altro fatto di cronaca , quello degli adolescenti, Erika e Omar, i quali dissero ai primi interrogatori che ad uccidere madre e fratellino di lei erano stati due stranieri. Allora tutta l’Italia diede la caccia allo straniero. La Lega organizzò manifestazioni che registrarono un gran numero di partecipanti. Ricordo con particolare malizia e divertimento un preoccupato Gian Franco Fini, allora vice- presidente del Consiglio, rispondere, nello studio di Porta a Porta, alle ansie sulla sicurezza della soubrette Milena Miconi.
Eppure, qualora non ce lo ricordassimo, nessuno straniero, nessun bisogno di una maggiore sicurezza, che desse un occhio in più agli immigrati: l’assassino ce l’avevamo in casa noi e le vittime.
Dopo la scoperta seguì uno strano silenzio.
Nicola Ingenito

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E’ così che assistiamo al formarsi inesorabile di due “occidenti” (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Quando il mondo della comunicazione di massa ,che inevitabilmente trasmette e contamina anche i nostri linguaggi e le nostre facoltà di pensiero, si propone di discutere intorno al problema dell’immigrazione, ogni possibile soluzione espressa per bocca delle sinistre e di tutte le forze pseudo-progressiste appare confluire nella parola integrazione.
Nel momento in cui le “masse informi” di immigrati che inondano scomodamente le terre del nostro sviluppo, riescono ad assumere pienamente comportamenti, attitudini, tendenze tipiche dell’occidentale normalità ,esse rappresentano una risorsa economica di immenso valore, rappresentano la forza lavoro da poter opprimere e sottomettere alle più infami ed umilianti condizioni di vita ed esistenziali, che tra gli abitanti del nostro emisfero nessuno è più disposto ad accettare.E’ così che assistiamo al formarsi inesorabile di due “occidenti”. Quello degli occidentali, ricchi ed ostentati, ormai distrutti dalla loro stessa civiltà;e quello di chi sta arrivando e arriva per sopravvivere, lasciandosi indietro il deserto , e la penuria che è prima responsabilità della follia imperialista. Vittime del nostro consumo in patria, così come da esuli in terra straniera. Vittime martoriate dalle nostre “corporations”, dalle nostre multinazionali sconsiderate,dalla nostra economia carnivora, perché è nella loro fuga disperata, che non si ferma neanche davanti al palese timore della morte nei mari di Puglia o di Sicilia, che si manifesta il più chiaro esempio dell’ineguaglianza e dell’egoismo delle forze che governano il mondo.
La piaga dell’immigrazione sconcerta a destra così come a sinistra e non v’esiste alcun rimedio che non parta da una radicale sovversione della prospettiva di discussione, del linguaggio utilizzato, e delle strutture tradizionali a cui si è ancorati. Voler integrare significa voler mettere una piccola toppa, mossi da un moderatismo che non si addice ad una situazione che già da tempo ha superato i limiti della sostenibilità. Voler integrare significa voler immettere negli ingranaggi del nostro sistema coloro che fuggono dalle contraddizioni evidenti di questo stesso sistema. Significa voler trasformare un numero certamente ristretto di vittime in carnefici di altre vittime , e dare speranza a tutte le altre vittime di potersi fare un giorno non lontano anch’essi carnefici, e fare che questa vana speranza alimenti il silenzio e la quiescenza, che non sfoci mai in una ribellione che per forza e proporzioni sarebbe incontrollabile.
Per rendersi conto di quale follia perversa si celi dietro la magnanimità dell’integrazione etnica, basti pensare alla non lontana Inghilterra, dove si è innescato un sistema(divenuto modello di tutte le democrazie europee) per il quale è possibile per un immigrato accedere a qualunque livello del potere e economico e politico del paese, secondo una scelta naturalmente meritocratica. Il merito consiste in un’adesione perfetta al sistema, nella capacità di assorbirne le logiche per esserne pienamente “integrati”. Dunque ogni cittadino britannico ha “democraticamente”le stesse possibilità, e dunque nessuno tra gli immigrati oserà ribellarsi al sistema che potrebbe garantire il benessere da sempre desiderato. E’ inutile dire che pochissimi sono gli immigrati a cui sono spalancate le porte del falso successo, che la maggior parte di loro vive in condizioni precarie e senza diritti, accumulando rabbia e frustrazione che non si esprime in un contrasto nei confronti dell’ingiusta autorità, bensì in episodi di frequentissima violenza tra le diverse etnie presenti nel paese. La reazione quindi ha ben incanalato il dissenso mettendo una maschera al vero male scatenando una costante guerra civile tra vittima e vittima della stessa condizione.
Il quadro descritto è esasperato in Inghilterra soltanto perché il sistema dell’ integrazione è in atto da un tempo più lungo che negli altri paesi, ma questo non vuol dire che situazioni simili non si verifichino in tutta Europa.
Quando si guarda al mondo attraverso un’ottica rivoluzionaria non si può pensare all’integrazione dell’immigrato come soluzione. Quel che deve caratterizzare la nostra analisi deve essere un attento e profondo approccio con l’apparato culturale, antropologico, storico, che caratterizza ogni singola individualità che è costretta ad immigrare. Dobbiamo sapere interagire ed arricchire la nostra tradizione di elementi innovatori che possono portare positivo fermento culturale e di pensiero nella quiete di questo momento storico. Dobbiamo ammettere che le strutture del passato hanno fatto il loro tempo e vanno superate, che stati e nazioni non sono che il ricordo di ciò che nel ‘400 si affacciò come novità in Europa, e adesso sono state superate da una globalità che volenti o nolenti, è in atto e che và capita ed affrontata. Bisogna superare l’errore che spesso commette anche l’apparato intellettuale della nostra Europa, che è quello di considerare l’immigrato comunque sempre figlio d’un Dio minore, di una cultura mediocre, di una storia poco ricca a confronto con la grande tradizione occidentale. Questa è la stessa ottica che alimenta la volontà di identificare l’immigrato con una massa informe, senza pensare al fatto che in quella massa marciano individui singoli, ai quali è necessario guardare con apertura ed interesse, senza rigetti di nazionalismi, che sono morti in tempi storici ormai lontani. E’ per questo che ancora una volta è necessario saper leggere il NOSTRO TEMPO con gli strumenti che può fornirci una coscienza critica e rivoluzionaria.
Eleonora de Majo

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