PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Intellettualità e il nostro tempo (dal n° 1 di Epimeteo)
Durante l’elaborazione di questo secondo numero, la redazione di Epimeteo ha cercato di porsi l’obiettivo di analizzare e capire cosa fosse l’intellettualità, quale il ruolo dell’intellettuale, se fosse davvero possibile l’esistenza di un’intellettualità disorganica al potere, slegata completamente dall’azione della realtà del tempo vissuto.
Dinnanzi agli occhi ci si è posta immediatamente l’assenza totale di un’avanguardia intellettuale che abbia piena capacità e lucidità di leggere il nostro tempo e di formulare su di questo posizioni, che siano vedetta dei figli dei tempi che verranno. Ma può bastare liquidare la questione sentenziando semplicemente: non vi sono più intellettuali in questi anni di crisi che ci troviamo a vivere così faticosamente?
E’ evidente che non c’è dato fermarci al riconoscimento della mancanza, primo obiettivo deve essere penetrare acutamente tra le cause di quest’ultima per poter muovere su di essa la richiesta fortissima che avvertiamo in merito alla perdita di padri futuri a noi contemporanei, e dunque capire cosa ha reso oggi padri uomini che un tempo hanno posto la propria testa al di fuori della linea dei fatti storici presenti.
Intanto viene da chiedersi: dove potranno mai nascondersi oggi i pensatori? Questo tempo non lascia spazi che permettano di restare nell’ombra, la sua forza sta nel protagonismo controllato, nell’insulsa onnipresenza. Non in questo potrebbe vivere un intellettuale, non nella repressione dei linguaggi, dei pensieri e dei contenuti insita nel mezzo di massa, non nell’individualismo prevaricatore che è forza dell’uomo contemporaneo. L’angulus del pensatore, la giustificazione dell’essenza esule si è trasformata violentemente e tanto impercettibilmente in una ferrea lotta alla sopravvivenza, al restare a galla tra i cadaveri che il mondo produce senza sosta. La precarizzazione è lo stato costante di questa condizione, la condizione “comune” a ogni stato sociale, comune all’operaio come al giovane laureato, comune anche al pensatore che non sarà mai più Professore, che mai potrà fare scuola, che mai sarà intellettuale. Rinchiusi nel proprio antro, lo studio può apparire unica ragionevole salvezza, almeno di quell’individualità attentata costantemente dalla semirealtà che si impone.
Per vivere si prostituiscono i saperi ad una mediocrità inutile e fine a se stessa.
Per sopravvivere gli umanisti si fanno tecnici, specialisti e limitati in un ambito che esclude la possibilità di osare una teoria, di osare un passo che lasci orma profonda nel presente e che sia guida di un prossimo futuro.
Per sopravvivere l’umanismo stesso muore tra le rappresentazioni fittizie di se stesso, mascherato da dissenso, voce servile dei poteri.
Tuttavia, proprio qui vorrei invitare il lettore a riflettere, Sartre scriveva “lo scrittore è implicato qualsiasi cosa faccia, segnato compromesso, fin nel suo rifugio più appartato. E se in certe epoche usa la propria arte per costruire gingilli d’inanità sonora anche questo è un segno: vuol dire che le lettere, la società sono in crisi, vuol dire che le classi dirigenti lo hanno polarizzato…”
Dunque anche il silenzio obbligato dei nostri pensatori precari , nascosti tra scartoffie innumerevoli e pensieri di terrificante inadeguatezza sono inequivocabilmente il manifesto di dissenso del tempo di crisi, sono, senza avere la forza di essere, inconsapevoli del ruolo che questa posizione dovrà assumere. Fondamentale è teorizzare su tutto questo, accorgerci di quanto si sta verificando.Presupposto di tutto è tornar fuori dallo stato di minorità in cui nuovamente andiamo precipitando, critici prima con noi stessi!
Dinnanzi agli occhi ci si è posta immediatamente l’assenza totale di un’avanguardia intellettuale che abbia piena capacità e lucidità di leggere il nostro tempo e di formulare su di questo posizioni, che siano vedetta dei figli dei tempi che verranno. Ma può bastare liquidare la questione sentenziando semplicemente: non vi sono più intellettuali in questi anni di crisi che ci troviamo a vivere così faticosamente?
E’ evidente che non c’è dato fermarci al riconoscimento della mancanza, primo obiettivo deve essere penetrare acutamente tra le cause di quest’ultima per poter muovere su di essa la richiesta fortissima che avvertiamo in merito alla perdita di padri futuri a noi contemporanei, e dunque capire cosa ha reso oggi padri uomini che un tempo hanno posto la propria testa al di fuori della linea dei fatti storici presenti.
Intanto viene da chiedersi: dove potranno mai nascondersi oggi i pensatori? Questo tempo non lascia spazi che permettano di restare nell’ombra, la sua forza sta nel protagonismo controllato, nell’insulsa onnipresenza. Non in questo potrebbe vivere un intellettuale, non nella repressione dei linguaggi, dei pensieri e dei contenuti insita nel mezzo di massa, non nell’individualismo prevaricatore che è forza dell’uomo contemporaneo. L’angulus del pensatore, la giustificazione dell’essenza esule si è trasformata violentemente e tanto impercettibilmente in una ferrea lotta alla sopravvivenza, al restare a galla tra i cadaveri che il mondo produce senza sosta. La precarizzazione è lo stato costante di questa condizione, la condizione “comune” a ogni stato sociale, comune all’operaio come al giovane laureato, comune anche al pensatore che non sarà mai più Professore, che mai potrà fare scuola, che mai sarà intellettuale. Rinchiusi nel proprio antro, lo studio può apparire unica ragionevole salvezza, almeno di quell’individualità attentata costantemente dalla semirealtà che si impone.
Per vivere si prostituiscono i saperi ad una mediocrità inutile e fine a se stessa.
Per sopravvivere gli umanisti si fanno tecnici, specialisti e limitati in un ambito che esclude la possibilità di osare una teoria, di osare un passo che lasci orma profonda nel presente e che sia guida di un prossimo futuro.
Per sopravvivere l’umanismo stesso muore tra le rappresentazioni fittizie di se stesso, mascherato da dissenso, voce servile dei poteri.
Tuttavia, proprio qui vorrei invitare il lettore a riflettere, Sartre scriveva “lo scrittore è implicato qualsiasi cosa faccia, segnato compromesso, fin nel suo rifugio più appartato. E se in certe epoche usa la propria arte per costruire gingilli d’inanità sonora anche questo è un segno: vuol dire che le lettere, la società sono in crisi, vuol dire che le classi dirigenti lo hanno polarizzato…”
Dunque anche il silenzio obbligato dei nostri pensatori precari , nascosti tra scartoffie innumerevoli e pensieri di terrificante inadeguatezza sono inequivocabilmente il manifesto di dissenso del tempo di crisi, sono, senza avere la forza di essere, inconsapevoli del ruolo che questa posizione dovrà assumere. Fondamentale è teorizzare su tutto questo, accorgerci di quanto si sta verificando.Presupposto di tutto è tornar fuori dallo stato di minorità in cui nuovamente andiamo precipitando, critici prima con noi stessi!
Eleonora de Majo

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