PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Confronto con Romano Luperini (dal n° 1 di Epimeteo)
Lo scorso 26 Aprile il collettivo redazionale Epimeteo si è trovato a confrontarsi con Romano Luperini all’istituto degli studi filosofici di Napoli sulla condizione odierna di arte, politica, società.
L’incontro è stato lungo e per ragioni di spazio non siamo riusciti a pubblicarlo per intero. La trascrizione completa del confronto sarà tuttavia presto reperibile su internet.
Ci limitiamo adesso a trascrivere parte del confronto selezionando nostro malgrado tra ciò che è stato detto.
Il punto di partenza del nostro confronto è stato il concetto di conciliazione culturale e di conseguente schiacciamento nell’unidimensionalità espresso ne “L’uomo ad una dimensione” di H. Marcuse.
Trovandoci fuori tempo massimo, come amiamo ribadire, fuori tempo rispetto alla perdita della coscienza della posizione di dove ci troviamo nel tempo come nello spazio, ci interessava capire che ruolo hanno arte e letteratura in questo contesto.
L’opinione di Luperini è che quello dell’arte e della letteratura e quello dell’essere nel tempo sono due problemi diversi, dice: “Marcuse parla di questa scissione dell’uomo Occidentale, un uomo che coltiva la propria anima come regno dell’autentico, per cui però la mano destra non sa quello che fa la sinistra, quindi può essere una persona gentilissima che ama la musica classica e ad un tempo poi fa affari, fa commerci, massacra...” e più avanti, riferendosi agli ufficiali nazisti che ascoltavano musica classica prima di torturare degli esseri umani: “La tipologia del nazista è una tipologia comune dell’uomo borghese. [...] E’ tutto nella contraddizione della ragione,di quella ragione che diventa ragione strumentale che può servire a Sade per organizzare un’orgia o a Hitler per organizzare campi di concentramento o a Taylor per organizzare la fabbrica moderna. Però, come ragione, può essere anche la ragione critica. [...] l’idea della coscienza che arriva fino a Marcuse è l’idea di una coscienza depositaria,una coscienza che può essere alternativa alla realtà. Beh, questa posizione è diciamo l’elemento idealistico di Marcuse, di derivazione in fondo...hegeliana. [...] io non credo che la sua [di Marcuse] attualità stia nel fatto della contrapposizione della coscienza. Bisogna vedere cosa è diventata questa coscienza.”
Romano Luperini ci dice, a questo punto, che la coscienza oggi non è che la coscienza di un presente concreto che non va oltre sé stesso: la coscienza, cioè, di problemi particolari. Solo ciò che tocca nel suo piccolo un individuo è capace di spingere tale individuo a mobilitarsi verso una risoluzione del problema. Il limite del movimento, ci spiega Luperini, sto proprio in questo: “non riesce a fare il salto dalle piccole cose ad una strategia complessiva”.
Tuttavia, ci dice, “è a partire dalle piccole cose che nasce questa coscienza, [...] è questa materialità delle condizioni oggettive che oggi tende a far nascere degli embrioni di coscienza alternativi”. Cioè: ad ideologie diffuse alienate dalla realtà, al “primum linguistico per cui tutto quello che noi sappiamo è dovuto al linguaggio”, non si può non contrapporre la realtà stessa, non si può non contrapporre, ad esempio, l’attacco alle Twin Towers e “l’editoriale del New York Times tre giorni dopo l’undici settembre che dice : davanti a queste rovine fumanti, potete dire che esiste solo il linguaggio?”. Cioè, ancora: “di fronte ad una bomba che ti cade sulla testa non puoi dire che esiste solo il linguaggio,di qui il ritorno alla materialità della condizione oggettiva”.
Parlando degli embrioni di coscienza alternativi, come li ha chiamati, cioè di coloro che stanno prendendo coscienza della contrapposizione tra le vuote ideologie dominanti e la materialità delle condizioni oggettive, Luperini comincia a parlare della figura del nuovo intellettuale, che egli associa per molti aspetti al lavoratore precario. Parla, ad esempio, di Said per dire che “la figura dell’esule, dell’escluso, dell’emigrato che ha confini diversi, che si traduce nel linguaggio da un confine ad un altro, che fa il mediatore di linguaggi è colui che è precario: è questo il nuovo tipo di intellettuale”. E ancora: “E’ molto diverso dall’intellettuale romantico che è al centro di una società, che è il vate d’una società, che esprime la coscienza d’una società. Questo mondo qui non esiste più. [...] Marcuse da questo punto di vista è [...] attualissimo nella descrizione della marginalità. Il nuovo tipo di intellettuale è marginale oggi. Il problema è cominciare a riconsiderare la figura dell’intellettuale a partire dalla precarietà. [...] un intellettuale dovrebbe essere esule oggi. Non ha più una classe di riferimento,non ha più dei referenti materiali,vive la contraddizione perché da un lato fa parte dell’industria culturale tritacarne di cui non può fare a meno perché ci nasce dentro,dall’altro lato forse si rende conto che se vuole avere un rapporto con il mondo deve uscire fuori da questo tritacarne e magari che il mondo ha a che fare con quelli che passano il Mediterraneo sulla barca e ci rimettono la pelle. Allora ti rendi conto che tu precario hai più in comune con loro qualche cosa che con il resto degli altri; allora sta nascendo una nuova figura intellettuale in cui tra l’altro molti sono anche figli di emigrati...”
A questo punto del discorso, assunto che a differenza di come diceva Marcuse, e cioè che arte e politica tendono a separare l’intellettuale dalla realtà, oggi si è dinanzi a una maggiore aderenza alla condizione materiale, ci si è chiesti quanto si rischia a questo punto di chiudere l’opera dell’intellettuale in quella di una resistenza,magari, e non di aprirla anche rispetto alla proposta.
Luperini ci ha risposto in effetti che questa chiusura è oggi impossibile, perché non si tratta di resistere adesso, proposte concrete nascono nella misura in cui si comprende il presente e si smette di vivere nell’illusione. E la drammaticità della vita odierna è tale da non permettere illusioni di alcun tipo. Il giovane intellettuale di oggi sente il bisogno concreto di confrontarsi con tale drammaticità e di venirne a capo. Non si sente represso, non deve resistere, ma analizzare, criticare, decostruire tutto il post-moderno “nato sulla rimozione del concetto di contraddizione, che invece è un concetto fondamentale”, un concetto che il giovane pensatore non può non sentire come strutturante della realtà.
“Vattimo negli anni ’70 parlava di società trasparente e ne faceva un elogio come di tutta la società tecnologica. Allora la cultura esprimeva il lusso del privilegio dell’Occidente. Mi sembra evidente, si vive in una società finalmente trasparente, mai l’umanità ha conosciuto tanto benessere, il post-moderno che proclama un’età nuova, che non ci saranno più guerre, parla di nuovo rinascimento [...] Poi, quando scoppiò la prima guerra del Golfo, Vattimo scrisse un editoriale sulla stampa dicendo che non poteva essere, perché questo contrastava con la sua filosofia…non poteva avvenire quindi. In realtà i fatti... cosa stava rinascendo? Stava rinascendo quello che loro avevano negato: la contraddizione”.
“Tornando all’editoriale del New York Times, questo mondo per cui esisteva solo il linguaggio e non esistevano più contraddizioni è venuto meno; la crisi del post-moderno è questo, poiché la base del post-moderno era la fine delle contraddizioni. Allora l’intellettuale che sta nascendo non può più esprimere il lusso del privilegio dell’Occidente, che scrive come se non esistessero milioni di persone che muoiono di fame, che scrive come se non esistessero guerre nel mondo. Non è possibile: anche perché questo intellettuale che pretende di far così domani si trova magari nelle Torri gemelle che gli crollano addosso. Ecco, non è possibile: siamo entrati in una fase completamente nuova in cui bisogna cercare d’interpretare, d’avere un’etica planetaria.
Etica planetaria significa capire quello che succede nel mondo e collegarsi a questo che succede nel mondo; il precario è più vicino a quello che succede nel mondo rispetto ad un intellettuale organico, cioè rispetto ad un Umberto Eco o un Vattimo, il precario è molto più vicino, cioè avverte di più una fragilità, una situazione di turbamento, una situazione di incertezza e di instabilità: una situazione drammatica...perché si vive in una situazione di estrema drammaticità.
Il giovane che viene ora sente bisogno di confrontarsi con questa drammaticità, non accetta più questo ilare nichilismo che ha dominato negli anni novanta, per cui non esiste nulla, non esistono valori, ma insomma si sta bene…”
A questo punto del confronto diviene evidente l’ottimismo di Luperini e la fiducia che egli ripone nei giovani delle società odierne. Dice, infatti, riferendosi anche alle recenti mobilitazioni francesi, che “dieci anni fa i giovani non si ponevano le domande che cominciano a porsi oggi, erano assolutamente dentro a questo sistema, non vedevano il mondo da una prospettiva potenzialmente alternativa [...] siamo agli inizi, ancora non ha nome...prima o poi gli americani glielo daranno, però ancora non ha nome. Si tratta di capire dove si va, però la situazione è molto buona…”
La nostra domanda successiva riguardava ancora una volta il nostro punto di partenza: l’esigenza di pensare dopo, l’esigenza epimeteica. Gli abbiamo chiesto in particolare quanto sia importante capire la nostra eredità e quanto, invece, sia urgente un intervento pratico, prometeico, la formulazione di una proposta nuova.
La sua opinione è innanzitutto l’importanza della costituzione di “gruppi di igiene mentale”, come li ha chiamati, dei gruppi fondati sull’”ecologia della mente”. “Un gruppo deve quindi anzitutto porsi il problema di far piazza pulita, di fare una cernita delle idee che girano intorno”. Poi, suggerisce, “scegliere dei padri, perché è sempre così: si sceglie il proprio passato per scegliere il proprio futuro, chi non sceglie un passato non sceglie nemmeno un futuro”. Consapevoli comunque che “scegliere dei padri significa ucciderne tanti altri” e che bisogna sì “scegliere quelli che ci servono”, ma poi bisogna anche “misurarli con una situazione attuale che è diversa da quella che i padri hanno descritto”. Bisogna, in definitiva, “fare delle proposte che prendendo alcune categorie del passato elaborandone molte nuove sulla base di una situazione storica presente. [...] E con un’urgenza che è fortissima,perché la situazione al limite,basta pensare a quello che succede in Iran, a quello che sta succedendo in Iraq. E poi il fatto che questi popoli giustamente ci invadono; quanto si può pensare che questi popoli continueranno a morire di fame mentre noi facciamo le cure dimagranti? E’ chiaro che vengono da noi e ci invadono pacificamente,finché possono[...] quando un terzo,un quinto dell’umanità si pappa l’80 per cento delle ricchezze materiali, è chiaro che c’è un’ingiustizia radicale nella situazione esistente che non è tollerabile. Quindi la situazione è esplosiva; perché il senso della vita che noi abbiamo non è lo stesso che ha un palestinese. Quando l’attesa di vita è poca ed una famiglia ha dieci figli e quattro cinque figli muoiono non è che il valore della vita sia lo stesso che da noi; allora si teorizza la non violenza: è giusto che da noi si predichi la non violenza,è giustissimo in Occidente teorizzarla,ma è sensato teorizzarla anche per coloro che su dieci figli ne perdono otto? [...] bisogna pensare ad un popolo che è alla disperazione, a centinaia di migliaia di persone...è che quando non c’è una prospettiva futura allora c’è il ripiegamento nel passato, ritornano al medioevo, cercano un’identità indietro perché non possono andare davanti [...] Bisogna vedere anche le cose per come sono: c’è un regresso di là,c’è la barbarie e ci si contrappone un’altra barbarie, ma bisogna uscirne! I giovani che possono farlo riflettono su quanto accade, si costituiscono in gruppi inizialmente di igiene mentale e poi di proposta, proposta politica; un gruppo è sempre utile quando non si isterilisce, quando si confronta con gli altri, perché da soli uno si perde...” Il segreto, per Luperini, sta nel “prendere ciò che serve qua e là”, partire sempre da “un’analisi del presente e poi trovare nel passato quello che serve sia per capire meglio il presente, sia per fare delle proposte nuove”. A questo punto Luperini non può non prendere a oggetti della sua analisi l’università, che “è un’istituzione del sistema”, e in quanto tale diventa sempre più un’azienda, “parla il linguaggio dell’economia,il linguaggio del mercato”. “L’utopia è chiarissima”, dice, “ l’uomo non può essere mai esclusivamente e totalmente homo aeconomicus. Ma loro pensano che l’uomo sia esclusivamente quello. La maggiore utopia suppone che l’uomo agisca sempre e comunque secondo criteri esclusivamente economici, ma non è vero! [...]L’ospedale non dovrebbe rispettare esigenze economiche, ma nemmeno la scuola; dovrebbe formare il cittadino, non può formare il consumatore. Sono contraddizioni all’interno del sistema stesso; però utilizzando queste contraddizioni che in maniera marginale esistono, un gruppo di giovani può costituire un proprio percorso di senso”. Parla a questo punto del ’65, quando insieme a dei compagni ha tradotto Marcuse che ancora non era stato pubblicato in italiano. E parla del fatto che a quei tempi nessuno di loro si aspettava che di lì a due, tre anni sarebbero scoppiate tutte quelle mobilitazioni.
L’avvertenza, a questo punto, a stare attenti a non chiuderci in un atteggiamento soggettivistico, l’invito “a partire da dati di fatto materiali, di quello che esiste nel mondo, collegarsi ai movimenti reali che esistono”, a capire che “se siete qui a farvi delle domande è la materialità del mondo che vi ci porta, non sono semplicemente processi coscienziali, sono processi oggettivi: riflettete così perché il mondo vi costringe a riflettere così”. L’esortazione a “creare dei percorsi intellettuali, misurarsi sui testi del passato, cercare di capire il presente, tradurre, vedere quello che succede in America, informarsi”, ribadendo che “il gruppo serve anche a distribuirsi il lavoro”.
Così Romano Luperini ci ha salutati. Contribuendo senza saperlo al nostro primo piano solo ed esclusivamente con la sua opinione.
L’incontro è stato lungo e per ragioni di spazio non siamo riusciti a pubblicarlo per intero. La trascrizione completa del confronto sarà tuttavia presto reperibile su internet.
Ci limitiamo adesso a trascrivere parte del confronto selezionando nostro malgrado tra ciò che è stato detto.
Il punto di partenza del nostro confronto è stato il concetto di conciliazione culturale e di conseguente schiacciamento nell’unidimensionalità espresso ne “L’uomo ad una dimensione” di H. Marcuse.
Trovandoci fuori tempo massimo, come amiamo ribadire, fuori tempo rispetto alla perdita della coscienza della posizione di dove ci troviamo nel tempo come nello spazio, ci interessava capire che ruolo hanno arte e letteratura in questo contesto.
L’opinione di Luperini è che quello dell’arte e della letteratura e quello dell’essere nel tempo sono due problemi diversi, dice: “Marcuse parla di questa scissione dell’uomo Occidentale, un uomo che coltiva la propria anima come regno dell’autentico, per cui però la mano destra non sa quello che fa la sinistra, quindi può essere una persona gentilissima che ama la musica classica e ad un tempo poi fa affari, fa commerci, massacra...” e più avanti, riferendosi agli ufficiali nazisti che ascoltavano musica classica prima di torturare degli esseri umani: “La tipologia del nazista è una tipologia comune dell’uomo borghese. [...] E’ tutto nella contraddizione della ragione,di quella ragione che diventa ragione strumentale che può servire a Sade per organizzare un’orgia o a Hitler per organizzare campi di concentramento o a Taylor per organizzare la fabbrica moderna. Però, come ragione, può essere anche la ragione critica. [...] l’idea della coscienza che arriva fino a Marcuse è l’idea di una coscienza depositaria,una coscienza che può essere alternativa alla realtà. Beh, questa posizione è diciamo l’elemento idealistico di Marcuse, di derivazione in fondo...hegeliana. [...] io non credo che la sua [di Marcuse] attualità stia nel fatto della contrapposizione della coscienza. Bisogna vedere cosa è diventata questa coscienza.”
Romano Luperini ci dice, a questo punto, che la coscienza oggi non è che la coscienza di un presente concreto che non va oltre sé stesso: la coscienza, cioè, di problemi particolari. Solo ciò che tocca nel suo piccolo un individuo è capace di spingere tale individuo a mobilitarsi verso una risoluzione del problema. Il limite del movimento, ci spiega Luperini, sto proprio in questo: “non riesce a fare il salto dalle piccole cose ad una strategia complessiva”.
Tuttavia, ci dice, “è a partire dalle piccole cose che nasce questa coscienza, [...] è questa materialità delle condizioni oggettive che oggi tende a far nascere degli embrioni di coscienza alternativi”. Cioè: ad ideologie diffuse alienate dalla realtà, al “primum linguistico per cui tutto quello che noi sappiamo è dovuto al linguaggio”, non si può non contrapporre la realtà stessa, non si può non contrapporre, ad esempio, l’attacco alle Twin Towers e “l’editoriale del New York Times tre giorni dopo l’undici settembre che dice : davanti a queste rovine fumanti, potete dire che esiste solo il linguaggio?”. Cioè, ancora: “di fronte ad una bomba che ti cade sulla testa non puoi dire che esiste solo il linguaggio,di qui il ritorno alla materialità della condizione oggettiva”.
Parlando degli embrioni di coscienza alternativi, come li ha chiamati, cioè di coloro che stanno prendendo coscienza della contrapposizione tra le vuote ideologie dominanti e la materialità delle condizioni oggettive, Luperini comincia a parlare della figura del nuovo intellettuale, che egli associa per molti aspetti al lavoratore precario. Parla, ad esempio, di Said per dire che “la figura dell’esule, dell’escluso, dell’emigrato che ha confini diversi, che si traduce nel linguaggio da un confine ad un altro, che fa il mediatore di linguaggi è colui che è precario: è questo il nuovo tipo di intellettuale”. E ancora: “E’ molto diverso dall’intellettuale romantico che è al centro di una società, che è il vate d’una società, che esprime la coscienza d’una società. Questo mondo qui non esiste più. [...] Marcuse da questo punto di vista è [...] attualissimo nella descrizione della marginalità. Il nuovo tipo di intellettuale è marginale oggi. Il problema è cominciare a riconsiderare la figura dell’intellettuale a partire dalla precarietà. [...] un intellettuale dovrebbe essere esule oggi. Non ha più una classe di riferimento,non ha più dei referenti materiali,vive la contraddizione perché da un lato fa parte dell’industria culturale tritacarne di cui non può fare a meno perché ci nasce dentro,dall’altro lato forse si rende conto che se vuole avere un rapporto con il mondo deve uscire fuori da questo tritacarne e magari che il mondo ha a che fare con quelli che passano il Mediterraneo sulla barca e ci rimettono la pelle. Allora ti rendi conto che tu precario hai più in comune con loro qualche cosa che con il resto degli altri; allora sta nascendo una nuova figura intellettuale in cui tra l’altro molti sono anche figli di emigrati...”
A questo punto del discorso, assunto che a differenza di come diceva Marcuse, e cioè che arte e politica tendono a separare l’intellettuale dalla realtà, oggi si è dinanzi a una maggiore aderenza alla condizione materiale, ci si è chiesti quanto si rischia a questo punto di chiudere l’opera dell’intellettuale in quella di una resistenza,magari, e non di aprirla anche rispetto alla proposta.
Luperini ci ha risposto in effetti che questa chiusura è oggi impossibile, perché non si tratta di resistere adesso, proposte concrete nascono nella misura in cui si comprende il presente e si smette di vivere nell’illusione. E la drammaticità della vita odierna è tale da non permettere illusioni di alcun tipo. Il giovane intellettuale di oggi sente il bisogno concreto di confrontarsi con tale drammaticità e di venirne a capo. Non si sente represso, non deve resistere, ma analizzare, criticare, decostruire tutto il post-moderno “nato sulla rimozione del concetto di contraddizione, che invece è un concetto fondamentale”, un concetto che il giovane pensatore non può non sentire come strutturante della realtà.
“Vattimo negli anni ’70 parlava di società trasparente e ne faceva un elogio come di tutta la società tecnologica. Allora la cultura esprimeva il lusso del privilegio dell’Occidente. Mi sembra evidente, si vive in una società finalmente trasparente, mai l’umanità ha conosciuto tanto benessere, il post-moderno che proclama un’età nuova, che non ci saranno più guerre, parla di nuovo rinascimento [...] Poi, quando scoppiò la prima guerra del Golfo, Vattimo scrisse un editoriale sulla stampa dicendo che non poteva essere, perché questo contrastava con la sua filosofia…non poteva avvenire quindi. In realtà i fatti... cosa stava rinascendo? Stava rinascendo quello che loro avevano negato: la contraddizione”.
“Tornando all’editoriale del New York Times, questo mondo per cui esisteva solo il linguaggio e non esistevano più contraddizioni è venuto meno; la crisi del post-moderno è questo, poiché la base del post-moderno era la fine delle contraddizioni. Allora l’intellettuale che sta nascendo non può più esprimere il lusso del privilegio dell’Occidente, che scrive come se non esistessero milioni di persone che muoiono di fame, che scrive come se non esistessero guerre nel mondo. Non è possibile: anche perché questo intellettuale che pretende di far così domani si trova magari nelle Torri gemelle che gli crollano addosso. Ecco, non è possibile: siamo entrati in una fase completamente nuova in cui bisogna cercare d’interpretare, d’avere un’etica planetaria.
Etica planetaria significa capire quello che succede nel mondo e collegarsi a questo che succede nel mondo; il precario è più vicino a quello che succede nel mondo rispetto ad un intellettuale organico, cioè rispetto ad un Umberto Eco o un Vattimo, il precario è molto più vicino, cioè avverte di più una fragilità, una situazione di turbamento, una situazione di incertezza e di instabilità: una situazione drammatica...perché si vive in una situazione di estrema drammaticità.
Il giovane che viene ora sente bisogno di confrontarsi con questa drammaticità, non accetta più questo ilare nichilismo che ha dominato negli anni novanta, per cui non esiste nulla, non esistono valori, ma insomma si sta bene…”
A questo punto del confronto diviene evidente l’ottimismo di Luperini e la fiducia che egli ripone nei giovani delle società odierne. Dice, infatti, riferendosi anche alle recenti mobilitazioni francesi, che “dieci anni fa i giovani non si ponevano le domande che cominciano a porsi oggi, erano assolutamente dentro a questo sistema, non vedevano il mondo da una prospettiva potenzialmente alternativa [...] siamo agli inizi, ancora non ha nome...prima o poi gli americani glielo daranno, però ancora non ha nome. Si tratta di capire dove si va, però la situazione è molto buona…”
La nostra domanda successiva riguardava ancora una volta il nostro punto di partenza: l’esigenza di pensare dopo, l’esigenza epimeteica. Gli abbiamo chiesto in particolare quanto sia importante capire la nostra eredità e quanto, invece, sia urgente un intervento pratico, prometeico, la formulazione di una proposta nuova.
La sua opinione è innanzitutto l’importanza della costituzione di “gruppi di igiene mentale”, come li ha chiamati, dei gruppi fondati sull’”ecologia della mente”. “Un gruppo deve quindi anzitutto porsi il problema di far piazza pulita, di fare una cernita delle idee che girano intorno”. Poi, suggerisce, “scegliere dei padri, perché è sempre così: si sceglie il proprio passato per scegliere il proprio futuro, chi non sceglie un passato non sceglie nemmeno un futuro”. Consapevoli comunque che “scegliere dei padri significa ucciderne tanti altri” e che bisogna sì “scegliere quelli che ci servono”, ma poi bisogna anche “misurarli con una situazione attuale che è diversa da quella che i padri hanno descritto”. Bisogna, in definitiva, “fare delle proposte che prendendo alcune categorie del passato elaborandone molte nuove sulla base di una situazione storica presente. [...] E con un’urgenza che è fortissima,perché la situazione al limite,basta pensare a quello che succede in Iran, a quello che sta succedendo in Iraq. E poi il fatto che questi popoli giustamente ci invadono; quanto si può pensare che questi popoli continueranno a morire di fame mentre noi facciamo le cure dimagranti? E’ chiaro che vengono da noi e ci invadono pacificamente,finché possono[...] quando un terzo,un quinto dell’umanità si pappa l’80 per cento delle ricchezze materiali, è chiaro che c’è un’ingiustizia radicale nella situazione esistente che non è tollerabile. Quindi la situazione è esplosiva; perché il senso della vita che noi abbiamo non è lo stesso che ha un palestinese. Quando l’attesa di vita è poca ed una famiglia ha dieci figli e quattro cinque figli muoiono non è che il valore della vita sia lo stesso che da noi; allora si teorizza la non violenza: è giusto che da noi si predichi la non violenza,è giustissimo in Occidente teorizzarla,ma è sensato teorizzarla anche per coloro che su dieci figli ne perdono otto? [...] bisogna pensare ad un popolo che è alla disperazione, a centinaia di migliaia di persone...è che quando non c’è una prospettiva futura allora c’è il ripiegamento nel passato, ritornano al medioevo, cercano un’identità indietro perché non possono andare davanti [...] Bisogna vedere anche le cose per come sono: c’è un regresso di là,c’è la barbarie e ci si contrappone un’altra barbarie, ma bisogna uscirne! I giovani che possono farlo riflettono su quanto accade, si costituiscono in gruppi inizialmente di igiene mentale e poi di proposta, proposta politica; un gruppo è sempre utile quando non si isterilisce, quando si confronta con gli altri, perché da soli uno si perde...” Il segreto, per Luperini, sta nel “prendere ciò che serve qua e là”, partire sempre da “un’analisi del presente e poi trovare nel passato quello che serve sia per capire meglio il presente, sia per fare delle proposte nuove”. A questo punto Luperini non può non prendere a oggetti della sua analisi l’università, che “è un’istituzione del sistema”, e in quanto tale diventa sempre più un’azienda, “parla il linguaggio dell’economia,il linguaggio del mercato”. “L’utopia è chiarissima”, dice, “ l’uomo non può essere mai esclusivamente e totalmente homo aeconomicus. Ma loro pensano che l’uomo sia esclusivamente quello. La maggiore utopia suppone che l’uomo agisca sempre e comunque secondo criteri esclusivamente economici, ma non è vero! [...]L’ospedale non dovrebbe rispettare esigenze economiche, ma nemmeno la scuola; dovrebbe formare il cittadino, non può formare il consumatore. Sono contraddizioni all’interno del sistema stesso; però utilizzando queste contraddizioni che in maniera marginale esistono, un gruppo di giovani può costituire un proprio percorso di senso”. Parla a questo punto del ’65, quando insieme a dei compagni ha tradotto Marcuse che ancora non era stato pubblicato in italiano. E parla del fatto che a quei tempi nessuno di loro si aspettava che di lì a due, tre anni sarebbero scoppiate tutte quelle mobilitazioni.
L’avvertenza, a questo punto, a stare attenti a non chiuderci in un atteggiamento soggettivistico, l’invito “a partire da dati di fatto materiali, di quello che esiste nel mondo, collegarsi ai movimenti reali che esistono”, a capire che “se siete qui a farvi delle domande è la materialità del mondo che vi ci porta, non sono semplicemente processi coscienziali, sono processi oggettivi: riflettete così perché il mondo vi costringe a riflettere così”. L’esortazione a “creare dei percorsi intellettuali, misurarsi sui testi del passato, cercare di capire il presente, tradurre, vedere quello che succede in America, informarsi”, ribadendo che “il gruppo serve anche a distribuirsi il lavoro”.
Così Romano Luperini ci ha salutati. Contribuendo senza saperlo al nostro primo piano solo ed esclusivamente con la sua opinione.
COLLETTIVOVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE
"Epimeteo"

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