Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Thursday, December 14, 2006

Non si può andare avanti così (dal n° 1 di Epimeteo)

Poco tempo fa leggevo una frase di Philip K. Dick, grande autore della letteratura americana degli anni ’50-’80, in cui descriveva la propria società come un ambito in cui “mezzi di comunicazione, grandi corporation, gruppi religiosi e politici producono realtà artificiali a getto continuo, ed esistono dispositivi elettronici atti a instillare questi pseudomondi nella mente di chi legge, osserva o ascolta”. Per Dick quindi l’uomo contemporaneo vivrebbe in un immenso costrutto semireale, dove si intrecciano dati oggettivi, elementi elaborati dalla soggettività, scenari esistenziali prodotti da un potente e pervasivo apparato mediatico.
Queste parole hanno più di 40 anni. E’ sconvolgente ritrovarsi davanti a una così nitida presa di coscienza dell'impatto tecnologico e mediatico sull'individualità soggettiva. Cosa direbbe Dick oggi, lui che già mezzo secolo fa tentava nei suoi scritti letterari di andare oltre quella che è la fittizia realtà mediatica che ci viene imposta, fatta di illusioni e sogni di plastica? Dick si troverebbe davanti un potere che ha via via affinato le sue capacità di costruire consenso usando in modo ancora più massiccio di allora i mass media.
La politica, come il commercio, è diventata negli ultimi decenni essenzialmente una questione pubblicitaria.
Berlusconi in Italia è solo un esempio delle ambizioni e del potere di un’oligarchia che controlla i media a livello mondiale. I suoi componenti sono al contempo prodotto e modello di una cultura globale ispirata al consumo insaziabile e le loro reti televisive trasmettono un’ottica del tutto particolare di ciò che è normale e di ciò che è possibile.
Pensiamo alla pubblicità.
La pubblicità è sempre più legata allo stile di vita romantico evocato da certe merci, alla realizzazione emotiva che promettono o addirittura alla “filosofia di vita” che espongono. I nostri sogni sono presi in trappola da immagini onnipresenti nelle nostre vite che ammiccano alle emozioni, a come la vita “potrebbe essere”. Il consumatore è incoraggiato a lasciarsi andare, a perdersi nelle emozioni “contenute” nei prodotti. Sigarette, bevande gassate, alcolici, jeans, automobili, birre, propongono tutte pubblicità che evocano uno stile di vita che è un mix di amore romantico, luoghi esotici, melodie ossessive e appagamento sessuale. E quasi tutti i prodotti sono dannosi per la salute, ma solo per le sigarette la pericolosità è esplicitamente dichiarata. Gli spazi pubblicitari sono le siringhe del capitalismo consumista, che mirano a iniettare ripetutamente nelle nostre menti indifese aspirazioni, desideri, il sogno di essere una versione magnificata di noi stessi.
E’ questo che manda avanti un sistema malato. C’è una continua induzione al bisogno per avere dei consumatori che “fanno girare” i soldi, che vivono quindi irregimentati e contenti, quasi orgogliosi di partecipare all'autocelebrazione del mercato.
Fin da bambini siamo sottoposti all’estremo fascino che emana il consumo moderno, fonte di irresistibile attrazione. Il capitalismo di consumo non conosce limiti e per prosperare deve inventare costantemente nuovi desideri. Il suo motore funziona in base a un’azione ciclica ripetitiva, ma ben oliata: desiderio, utilizzo, disinganno, abbandono, nuovo desiderio. Le basi del consumo sono quindi insaziabilità e crescita incrementale: ogni cosa che abbiamo deve essere sostituita e i nostri averi sono destinati a crescere in dimensioni e numero. E’ la ricetta di un disastro annunciato.
Il neoliberismo, incarnazione dell’individualismo più gretto che vince su qualsiasi valore, ha significato la crescita della deregulation, la dispersione delle solidarietà collettive e l’esposizione brutale dell’individuo alle forze del mercato, in una sostanziale amoralità e indifferenza etica. Come afferma Luperini, stiamo assistendo alla distruzione di una serie di concetti ("comunità", "fraternità", "uguaglianza") che stanno scomparendo dall'uso a vantaggio di altre, radicalmente opposte ("competizione", "potere", "differenza).
Conformismo, alienazione che pervade tutti i campi dell’esistenza e porta all’asservimento alla noia e all’apatia, massificazione degli interessi, egoismo sfrenato dei singoli, induzione di inesauribili mode e tendenze, strangolamento intellettuale, spersonalizzazione, appiattimento culturale, narcisismo individuale e collettivo che spingono l’uomo a calpestare la dignità dei suoi simili, al rifiuto della vita, verso una distruttività necrofila... è un’irrazionale corsa.
Viviamo in una società che crede nella scienza e nella ragione, viviamo in una società che crede irrazionalmente nella ragione non badando alla razionalità dei fini, ma solo all'efficacia dei mezzi. Tutto è stato reificato, la natura è diventata un oggetto da sfruttare.
Siamo ormai degli automi, che lavorano ogni giorno unicamente per perpetrare un sistema ingiusto e distruttivo, quando le capacità materiali e intellettuali raggiunte oggi sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state. Per fare un solo esempio, esistono oggi tutte le tecnologie che potrebbero permetterci di risparmiare fino all’80% delle materie prime e dell’energia, come ci dicono i ricercatori del Rocky Mountain Institute.
Ma dove stiamo finendo?
In un recente convegno sui giovani e il consumismo si è parlato della vita come “puro consumismo — essenzialmente indotto dalle tecniche pubblicitarie — che si unisce alla frustrazione che deriva dal non poter consumare quanto si vorrebbe”, della cultura come un “caos disperato di status e propaganda che genera una miscela esplosiva di repulsione contro i valori di condivisione e risentimenti contro il mondo, dove il confine fra reale e virtuale è celato in maniera insanabile” e della libertà “limitata alla scelta della squadra da tifare, al canale televisivo da vedere o alla merce da comprare al supermercato”.
Due secoli di individualismo ci hanno deformato. Per gli Indios dell’Amazzonia la parola “lavoro” non esiste. Il tempo è fatto per ridere, parlare, coccolarsi, fare festa. Certo, quando serve una capanna la si costruisce, quando il cibo è finito si va a caccia. Ma non si dedica al lavoro neanche un minuto. Ciò perché il lavoro è un falso problema, il problema vero sono le sicurezze: mangiare, bere, vestirsi, essere sani. Queste sicurezze noi non le abbiamo, poiché non c’è solidarietà, viviamo tutti su tante piccole isolette di solitudine e l’unico modo di garantirci è comprare ciò che ci serve. La sicurezza oggi ha un solo nome: è il denaro. E poiché il modo di entrarne in possesso è il lavoro, abbiamo smesso di considerare il lavoro come un mezzo per trasformarlo in un fine.
Viviamo in metropoli invivibili, che percorriamo ripetutamente, siamo come addormentati, imbambolati, siamo annoiati e disinteressati, come se avessimo una sorta di corazza per rispondere alla enorme quantità di stimoli a cui siamo sottoposti, non reagiamo a nulla. Nulla più ci tange. Se non le cose futili, per cui siamo capaci anche di disperarci.
Nei sondaggi che vengono fatti risulta sempre che non più di un cittadino su dieci crede che esista un pericolo di inquinamento, la corruzione dei politici, dei giudici e dei poliziotti e la connivenza tra il traffico di droga e di armi e il potere.
La società se la passa troppo bene per darsene pensiero. Ma è un benessere materiale, superficiale. In realtà abbiamo perso la ragione e lo stiamo pagando a caro prezzo.
Un rapporto del WWF ipotizza che nell’anno 2050, continuando a questi ritmi, la Terra morirà. Ma allo zombie della porta accanto non interessa!
Responsabile della tragedia e ultima testimone oculare dopo i nostri padri di un pianeta ancora in parte vivibile, è ora la nostra generazione che non sembra dare troppo peso alla tragica notizia, troppo presa dal gossip e dai Mondiali, dalla ricerca di griffe, dalla gara per la migliore abbronzatura, dalle schizofrenie televisive e dalla frenetica corsa all'accumulo di capitali e risorse in quantità incontrollata, all'ottenimento di sempre nuovi e futili desideri indotti.
Viviamo una vita frenetica e convulsa, siamo sommersi dai rifiuti, la Terra è sempre più inquinata, negli ultimi anni ci siamo abituati ad ogni sorta di scandalo legato alla sicurezza sanitaria e alimentare, alla sicurezza ambientale. Siamo avvelenati da stress, inquinamento, dalla sovralimentazione, dal tormento dell'efficienza a tutti i costi e dall'ossessione di apparire. La TV detta i tempi delle nostre vite! Il tempo ha assunto un peso quasi pari al denaro, ci sembra che non ci sia più tempo per fare nulla.
I nostri rapporti umani sono sempre più aridi, sempre più spesso non comunichiamo, non condividiamo più, abbiamo perso il contatto col nostro corpo e con il corpo di chi abbiamo vicino, preferiamo stare in compagnia portando avanti rapporti superficiali, non sappiamo sentire e decodificare le emozioni che proviamo, tendiamo a rifuggirle, o a tenerle nascoste. Come pure non sappiamo affrontare il dolore. Non sappiamo ascoltare gli altri, ci stiamo allontanando dai nostri simili.
Un malessere generale che permea la società, la qualità della vita non è per niente soddisfacente, anche dove la ricchezza è tanta. La disperazione cresce. In Giappone ogni anno muoiono 10mila persone stroncate dal super lavoro. Nel mondo c’è chi si toglie la vita anche perché un lavoro non ce l’ha. In Usa ogni anno vengono spesi 1000 milioni di dollari in droghe e si consumano parecchie centinaia di milioni di confezioni di antidepressivi. Per non parlare dell’uso dell'alcool che ogni anno solo in Italia uccide più di 20 mila persone, quasi 20 volte le morti provocate dalle overdose di eroina (non dimentichiamo che droga e alcool restano sempre ottimi metodi di controllo sociale). L’inquinamento atmosferico dovuto al nostro mortale modello di mobilità uccide più di 40.000 persone l’anno solo in Italia. Aumentano il numero dei suicidi e delle persone che nei paesi ricchi vengono classificate come pazze, asociali, emarginate e vengono assistite dalle strutture sanitarie e sociali.La politica della crescita illimitata propria dei paesi industrializzati e la tensione verso il profitto che caratterizza le multinazionali hanno saccheggiato la terra e danneggiato seriamente l’ambiente. Nel 1989 scompariva una specie animale al giorno; nel 2000 più o meno una all’ora. Il cambiamento climatico, l’impoverimento delle risorse ittiche, la deforestazione, l’erosione del suolo, le minacce che pesano sull’acqua dolce, fanno parte delle conseguenze devastanti del danno ambientale. Comunità umane vengono disgregate, mezzi di sussistenza sono perduti, regioni costiere e isole del Pacifico sono minacciate dalle inondazioni, e le tempeste aumentano. Elevati livelli di radioattività e di presenza di veleni prodotti dall’uomo minacciano la salute e l’ambiente. Forme di vita e saperi culturali vengono assoggettati alla brevettazione in vista di profitti finanziari.
La tecnologia è il miracolo che ci tiene vivi in 6 miliardi, ma la tecnologia è un miracolo costoso, un miracolo gravido di effetti collaterali nocivi. Il nostro habitat sta diventando sempre più inabitabile, e la tecnologia ci ha già fatto imboccare il tunnel dello sviluppo “non sostenibile”. Non sostenibile nel senso che la natura non è più in grado di provvedere a se stessa, di rigenerarsi e di autoripararsi. Non è solo che noi stiamo consumando risorse finite (petrolio e carbone) che finiranno presto; è anche che stiamo pericolosamente inquinando l'aria e l'acqua e pericolosamente disturbando gli equilibri climatici.
Manca la consapevolezza della crescente urgenza con cui si presenta il problema dell’ingiustizia economica globale e della distruzione ambientale.
Le cause prime dell’imponente minaccia che è rivolta alla vita derivano sopra ogni altra cosa da un sistema economico ingiusto, difeso e protetto dal potere politico e militare.
Viviamo in un mondo osceno che nega il principio di base che la vita sia di tutti.
L'inseguimento spasmodico del profitto ci sta strangolando. Per sostenere i nostri ritmi di consumo, noi della “parte ricca del pianeta” (rappresentiamo appena il 21% della popolazione mondiale e siamo almeno 90 volte più ricchi del restante 79%) consumiamo ben l'82% delle risorse dell'intera Terra. In questo modo condanniamo (alcuni, forse, inconsapevolmente) gli altri 4/5 dell'umanità a vivere in regimi di estrema povertà.
Dobbiamo prendere coscienza di tutto ciò. Abbiamo poco tempo per cambiare il mondo altrimenti, come sostiene ormai perfino uno studio del Pentagono, dovremo affrontare un collasso ambientale di proporzioni apocalittiche.
Questa crisi è direttamente connessa allo sviluppo della globalizzazione economica neo-liberista basata su un credo articolato nelle seguenti convinzioni:
- la competitività sfrenata, il consumismo e l’inesistenza di limiti per la crescita economica e per l’accumulazione della ricchezza, sono il meglio per il mondo intero;
- il possesso della proprietà privata non comporta alcun obbligo sociale;
- la speculazione finanziaria, la liberalizzazione e la deregolamentazione del mercato, la privatizzazione dei servizi pubblici e delle risorse nazionali, l’accesso incontrollato
agli investimenti all’estero e alle importazioni, la riduzione delle tasse e la libera circolazione dei capitali, produrranno ricchezza per tutti;
- gli obblighi sociali, la protezione dei poveri e dei deboli, i sindacati, le relazioni tra i popoli, sono subordinati ai processi della crescita economica e dell’accumulazione dei capitali.
Si tratta di un’ideologia che pretende di non avere alternative, è un sistema che pervade tutto, dobbiamo farne i conti anche quando cerchiamo alternative, poiché il sistema include anche la propria contestazione.
Avanza la falsa promessa di essere in grado di salvare il mondo per mezzo della creazione di ricchezza e prosperità, pretendendo di avere signoria sulla vita e esigendo una devozione totale, il che equivale ad un’idolatria. Una religione?
Ritzer afferma che oggi nelle cattedrali del consumo si celebra forse l'ultimo culto del nostro tempo. Lo scenario delle nostre pratiche di consumo è mutato negli ultimi anni. Enormi centri commerciali, impianti sportivi, giganteschi parchi di divertimenti, cinema multisala, impianti sportivi che all'occorrenza si trasformano in palcoscenici di megaconcerti, spettacoli non stop e altri 'eventi' popolano le nostre città e le nostre vite. Anche la nostra sfera privata ne è travolta.
Allora viene da chiedersi: “A chi piace o a chi giova dunque cotesta vita infelicissima..?”
Conviene forse a qualcuno? La risposta è CERTO.
L’attuale (dis)ordine mondiale è radicato in un sistema economico estremamente complesso ed immorale difeso da un impero. Usando il termine «impero» intendiamo il concorso di poteri economici, culturali, politici e militari che costituiscono un sistema di dominio messo in campo da nazioni potenti per proteggere e difendere i loro interessi.
Nel modello classico dell’economia liberale lo stato esiste per proteggere la proprietà privata e garantire i contratti nell’ambito di un mercato regolato dal regime di concorrenza.
Attraverso le lotte del movimento operaio, lo stato ha cominciato a dettare regole ai mercati e a provvedere al benessere della popolazione. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, grazie all’espansione multinazionale del capitale, il neo-liberismo si è impegnato a smantellare le funzioni di protezione sociale dello stato. Nell’ambito del neo-liberismo la finalità dell’economia consiste nell’incremento dei profitti e delle rendite, dei proprietari dei mezzi di produzione da una parte e dei proprietari dei capitali finanziari dall’altra; essa comporta l’esclusione della maggioranza della popolazione e la riduzione della natura al rango di merce. Tutti i mercati sono diventati globali, così come le istituzioni politiche e giuridiche che li proteggono.
Il governo degli Stati Uniti d’America e i loro alleati, insieme alle istituzioni internazionali della finanza e del commercio (il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, detta WTO) utilizzano alleanze politiche, economiche o militari per proteggere e avvantaggiare gli interessi dei proprietari dei capitali.
Ci troviamo schiacciati da quella che Noam Chomsky definisce un Senato virtuale, creato dalla liberalizzazione finanziaria. Questo suppone che gli speculatori finanziari, quando operano attraverso i mercati finanziari, si convertono in un Senato virtuale. Il funzionamento di questa legislatura, estranea al processo democratico, limita le decisioni di un paese a ben poca cosa.
Ci si trova quindi in un “isolamento tecnocratico”. È un concetto della Banca Mondiale: vuole dire che le decisioni prese sono separate dall’ambito politico. La gente può credere di incidere sulla realtà, ma invece le decisioni sono prese all’esterno della gente stessa. La democrazia formale apre uno spazio perché il popolo possa esercitare una certa influenza. Ma le lobby che hanno in mano l’economia, il cosiddetto Senato, minimizza lo Stato e riduce lo spazio pubblico. E se uno può trasferire le decisioni a quello che viene chiamato “il mercato” - che non è altro che la concentrazione di capitali - non ha paura di una democrazia formale, che anzi può convertirsi in un meccanismo per controllare la gente.
Siamo sotto un governo del denaro, una lobby, composta da meno di 500 persone che hanno in mano il mondo, che cerca di imporre da anni accordi multilaterali affinché gli investitori possano fare qualsiasi cosa senza nessuna interferenza, senza barriere sui diritti umani, regole sui diritti dei lavoratori o di rispetto ambientale.
Nel frattempo, oltre due miliardi di persone ancora oggi vivono con meno di un euro al giorno, con quantità esigue di acqua potabile e non hanno accesso a fonti energetiche essenziali. E con meno dell’1% dei profitti annuali delle grandi corporation si potrebbero garantire i bisogni primari di tutti.
Tutto ciò mentre ogni giorno, nelle borse di tutto il mondo, girano quantità infinite di denaro: è la grande novità degli ultimi decenni. Chi ha il denaro non ha più bisogno di fare nulla per arricchirsi ancora di più. Il vero affare non è più produrre merci e venderle ma speculare sul denaro che si possiede.Ogni giorno lo scambio di denaro nel mondo raggiunge i duemila miliardi di dollari. Ma per ogni 100 dollari spesi solo 2 riguardano merci reali vendute, gli altri 98 sono spesi in azioni, titoli e valute.
Nel 1995 in Giappone solo 3 degli uomini più ricchi dovevano la loro fortuna all'economia reale. Gli altri si erano arricchiti speculando.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo dieci persone, i dieci potenti più potenti del pianeta possiedono una ricchezza equivalente al valore della produzione totale di 50 paesi, e 447 multimiliardari assommano una fortuna superiore alle entrate annuali di mezza umanità, 3 miliardi di persone. Il valore della produzione della General Motors e della Ford supera ampiamente quello di tutta l'Africa.Come può un gruppo così piccolo di persone dominare il mondo? Se la sofferenza umana fosse colpa di un piccolo gruppo di criminali sarebbe facile estirparla. Ma la verità è che il sistema è basato sulla complicità di larghissimi strati della popolazione. Insomma siamo tutti complici, chi più inconsapevolmente, chi meno.
Negli ultimi anni la follia distruttiva dei 447 uomini più ricchi del mondo sta diventando oltre modo pericolosa. Chiusi nelle loro torri d'oro, convinti di poter avere e fare tutto, sono convinti che riusciranno a procurarsi ossigeno e cibo pulito anche se metà del mondo arrivasse a essere inabitabile e tre quarti dell'umanità dovessero essere cancellati.
Serve che l’umanità si renda conto che possiede una fantastica forza per ora ancora inutilizzata: il proprio potere d'acquisto. Abbiamo un potere enorme come consumatori, il nostro consumo nel quotidiano non è un semplice “atto individuale”, ma piuttosto un fattore che riguarda tutto il pianeta, l'intera umanità, ad ogni livello. Il consumismo produce una miriade di effetti e si ripercuote rovinosamente sugli equilibri geopolitici, favorendo congiunture egemoniche, oppressioni, sfruttamento, guerre, imbarbarimento e annichilimento culturale.
I popoli ricchi consumano troppo, ma già oggi il mondo occidentale da un lato, e il resto del mondo dall'altro, inquinano l'atmosfera a metà. E lo sviluppo dei Paesi sottosviluppati, che è uno sviluppo fondato su energia “sporca” (carbone, petrolio, più le foreste bruciate per ricavarne pochi anni di suolo agricolo), comporta che i grandi inquinatori dei prossimi decenni saranno la Cina, l'India, l'Indonesia e tutti i Paesi ad alta prolificità, Africa inclusa.
La natura non produce rifiuti e non dobbiamo più pagare gli errori di una sbagliata progettazione industriale, ma è nostra responsabilità volgere lo sguardo alle energie pulite e a prodotti che rispettino l'ambiente, riutilizzandoli e riciclandoli quante più volte è possibile. Non possiamo continuare a fare gli struzzi.Una popolazione non deve produrre ciò che non è in grado di smaltire. Una generazione che delega il problema dello smaltimento dei propri rifiuti alla generazione successiva, compie un crimine contro l’umanità e contro la natura. La strada è la sobrietà che si poggia sul principio delle sei R: Ridurre, Recuperare, Rigenerare, Riutilizzare, Riparare, Rispettare.
Dobbiamo riconsiderare la nostra vita, i nostri gesti quotidiani, le nostre scelte dalla prima all’ultima. Ripensare la vita familiare che conduciamo, il genere di beni che consumiamo, e porre in discussione le bugie vitali più essenziali nella nostra vita.
Cambiare il modo di guardare ciò che abbiamo attorno, e allargare i nostri confini visivi. Non restare chiusi in noi stessi. Guardarci attorno con più obiettività, cercando in questo sistema le vie della costruzione, del nuovo, della liberazione, partendo dalle relazioni individuale per incidere sul locale e il globale.
E’ indispensabile una rivoluzione delle coscienze, della cultura.
Che si inizi riconsiderando le nostre pessime abitudini di vita, distacchiamoci dai ripetitivi gesti quotidiani e riconsideriamo la vita in termini “umani”.
E’ un percorso di consapevolezza e resistenza, ogni giorno è una lotta all’interno di noi stessi, una lotta con la realtà quotidiana, per non adattarci passivamente a questa. Ricollegandoci agli altri, creando sinergie, cooperando. La libertà si ha con gli altri: non c'è altra strada che “agire con”. Tutto dipenderà esattamente da quello che faremo, come ci dice Benasayag.
Citando Jacopo Fo: “Il capitalismo prima ancora di essere una macchina per produrre dolore e ingiustizia è un sistema di convenzioni, abitudini perverse e bugie che sembra creato apposta per impedirci di scorgere il vero senso della nostra esistenza: goderci il più possibile ogni minuto ascoltando l’incredibile sensazione di essere vivi e tutti i modi gradevoli che esistono per celebrare la vita insieme agli altri”.
Citando infine Francesco Gesualdi: “Un tempo, se chiedevi a un ragazzino da cosa dipende la nostra vita ti avrebbe risposto dall’aria che respiriamo, dall’acqua che beviamo, dal cibo che mangiamo, dalla pioggia e dal sole. Oggi ti risponde che dipende dai soldi. Il guaio è che rispondiamo così anche noi adulti, perché la cultura del denaro si è impadronita della nostra mente e della nostra vita. Ma i nodi stanno venendo al pettine. Tempo fa, un vecchio capo indiano d’America aveva tentato di metterci in guardia: “Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”. Purtroppo non l’abbiamo ancora ascoltato e la sua profezia si sta avverando”.
Dopo 6 millenni di guerre, violenze, ingiustizie ed egoismo si deve voltare pagina. Svegliamoci.
Massimo Ammendola

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