Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Thursday, December 14, 2006

LESSICO CIVILE: Parole, Politica e Democrazia (dal n° 1 di Epimeteo)

La consapevolezza della pericolosità delle parole e l’importanza di un uso accorto del linguaggio non devono sfuggire ad un collettivo come il nostro, che delle parole ha scelto di fare il proprio strumento di lavoro, che si è incontrato non attorno ad un progetto qualsiasi, ma ad un progetto di “comunicazione”. Rivolto all’esterno, sì, ma allo stato attuale – è bene prenderne coscienza – soprattutto al suo interno (il che non è affatto poco), alla formazione e alla crescita culturale ed intellettuale di un gruppo che è “politico”.
Del resto, l’essere politikòn (sociale) dell’animale umano nella definizione aristotelica, è inscindibile dall’altro attributo che il filosofo riconosceva come peculiare dell’essere umano: l’uomo è zoòn logon echon, animale dotato di linguaggio. Logos come linguaggio, ma anche come concetto che il linguaggio esprime.
Riaffermare la sovranità della “cosa detta” sulla sovranità della “parola” separata dalla sua verità è, come afferma Zagrebelsky in un suo recente saggio, una questione di democrazia. E’ quello che distingue una democrazia da una demagogia populistica che, usando la parola come mezzo onnipotente di espropriazione del discorso dal suo contenuto di verità, <>.
E così, se l’irresponsabilità del potere ci ha abituati a concetti come “guerra umanitaria” o “bombe intelligenti” (per restare in un ambito in cui già Tacito ci ammoniva: <>), è evidente che qualcosa è successo e che un tradimento è stato consumato.
Alla lingua va restituito il suo peso: nell’epoca delle parole farfugliate e dell’approssimazione linguistica (che coincide con un’inversione di tendenza ormai costante del tasso di alfabetizzazione) l’homo videns non lavora più con le parole (paradossale ma non troppo la coeva proliferazione di promoter e centralinisti in luogo dei lavori manuali). E questo significa che non lavora più con la democrazia e con l’uguaglianza: <>, così scriveva don Milani nella sua “Lettera a una professoressa”.
Per questo ritengo prioritario per noi iniziare un lavoro comune che abbia al centro il linguaggio, che vada nel senso della “riappropriazione”, restituzione alla parola del suo significato. Un “lessico civile”, che ritornando sul senso di parole come “politica”, “utopia”, “lavoro”, “laicità”, le restituisca al loro significato, o quanto meno non dia per scontato l’uso corrente che se ne fa. E che consenta anche (soprattutto) a noi di “parlare la stessa lingua”, di incontrarci su un terreno comune (il che neanche è scontato che avvenga), rifuggendo il pericolo che le nostre diverse prospettive ed esperienze di vita si trasformino in orizzonti paralleli e incomunicanti.
Proporrei di cominciare proprio con la parola “politica”, sicuramente una delle più maltrattate e straziate da chi ha interesse a che di essa si smarrisca il senso più nobile. Perché, se è vero che ne viviamo quotidianamente la degenerazione, non condividiamo con Rino Formica che essa sia solo “sangue e merda”, nonostante i De Gregorio e i Montemarano di turno.
<>. La Neolingua orwelliana non è così lontana. Urge esercitare del cattivo bipensiero.
Fabrizio Forte

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