Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Saturday, September 23, 2006

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: L’intellettuale e il potere (dal n° 1 di Epimeteo)

Leggo l’abiura di Galilei: “ Dovetti lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sara Scrittura, [...]. Pertanto volendo io levar dalla mente delle eminenze V. re e d’ogni fedel ristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro.”
Una morsa allo stomaco. Al tempo di Galilei c’erano diversi tipi d’intellettuali: c’era chi cercava solo una vita tranquilla e sicura al servizio del padrone; questi sapevano che a decidere cosa dovessero scrivere , e addirittura, cosa dovessero pensare era il signore; una chiara testimonianza è l’opera di Torquato Accetto “Della dissimulazione onesta”. C’era poi chi cercava, invece, solo la verità., come Galileo Galilei, l’uomo grazie al quale abbiamo potuto conoscere quello che c’è al di là della terra sulla quale poggiamo i nostri piedi. Anche oggi di “dissimulatori” ce ne sono fin troppi. E li definirei con l’espressione che il critico letterario Benzoni utilizzò a proposito degli intellettuali del ‘600 della prima categoria da me citata: “ceto gelatinoso nebbioso” per il quale “ogni baluginio democratico è minaccia alla loro identità”, è “horrible anarchia”. Ma chi non è interessato alla tranquillità, alla “dissimulazione”, quanto piuttosto alla verità? Come deve comportarsi? Tacere? Fuggire? Oh, ma non c’è bisogno! Ci pensano i “dissimulatori” che sono al potere a far tacere. Un esempio che viene facile? Santoro, Biagi, Guzzanti sono stati licenziati, cacciati, confinati al di fuori di ogni mezzo di informazione. Perché oggi, secolo XXI, chi cerca solo di aprire uno spiraglio di verità viene cancellato dalla scena, proprio come accadde al famoso scienziato del ‘600. Non dà da pensare? Non viene da chiedersi quanti passi abbiamo fatto da allora? Dal tempo in cui bruciavano le streghe sul rogo, impiccavano i ribelli, costringevano gli intellettuali a tacer? A parte i metodi attraverso cui il potente arriva ad eliminare chi gli è più scomodo, è cambiato molto?
Alice Vitagliano

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: ANCORA BRECHT (dal n° 1 di Epimeteo)

La vita e la produzione, prevalentemente teatrale,di Brecht sono segnate dall’impegno militante nel periodo fra le due guerre,nel momento d’ascesa in Germania del Nazismo e in quello dello scoppio della II guerra mondiale.Nei primi anni trenta egli sviluppa la concezione di un teatro epico; alla forma moderna del teatro borghese ,che assegna allo spettatore il ruolo di partecipante emotivamente coinvolto ma intellettualmente passivo, Brecht contrappone un modo di fare teatro che pone lo spettatore nella situazione di ascoltare riflessioni ed argomenti e poi di dover decidere.Il drammaturgo mostra le contraddizioni presenti della società, lascia esprimere le tensioni dell’esistente;ed allo stesso tempo invita chi osserva a pensare e a dover fare scelte sui problemi morali che si vive nella società, al di fuori delle mura del teatro.Per il pubblico non si tratta quindi di ascoltare partecipando o al più di interpretare; il pubblico è chiamato a fare i conti con se stesso,con il proprio essere sociale e gli assunti della propria morale; proprio attraverso l’effetto di straniamento intenzionalmente introdotto, la perbene realtà scenica si apre continuamente a quella della brutalità del fuori.A teatro quindi non si viene semplicemente per divertirsi;se il mondo va in fiamme quello che è necessario è promuovere un giudizio critico,una presa di posizione sempre comunque relativa al sociale e quindi decisamente politica.Brecht si è evidentemente posto di continuo nella sua vita la domanda “ Come agisce un’intellettuale impegnato?”, “Qual è il ruolo della cultura nella società delle merci?”Nell’opera “Vita di Galileo” Brecht rappresenta la frattura apertasi tra progresso tecnico e progresso sociale; lo scienziato Galileo diventa metafora della condizione intellettuale contemporanea,delle sua forti responsabilità in un mondo in cui l’uso della bomba atomica è solo l’ultimo degli atti del cammino di una scienza borghese subordinata all’interesse dei gruppi dominanti.Il paradosso è tale che ad ogni Eureka degli scienziati può corrispondere un grido di dolore da parte dell’umanità; Vita di Galileo è l’interpretazione della dialettica dell’Illuminismo, secondo Brecht.L’opera rappresenta un percorso,una contraddizione nel suo farsi: Galileo non è certo solo il Galileo che alla fine “con cuor sincero e fede non finta” abiura e che compie il peccato originale della viltà; la sua figura inizialmente è quella di un intellettuale laico che ripone il proprio impegno nel credo di una scienza liberatrice dei popoli,della fiducia razionalistica nelle capacità e nelle possibilità dell’uomo di conoscere,nella rivendicazione dell’importanza dell’esperienza e della prassi a fronte del dogmatismo aristotelico. “Sta sorgendo una nuova era,un’epoca di grandezza,un’epoca in cui sarà una gioia vivere”,questa l’aspettativa prometeica di Galileo.Quest’epoca non è mai davvero sorta e questo è il nostro vero dramma contemporaneo; l’ideale del progresso umano,quello dell’uguaglianza e della libertà hanno fatto la loro apparizione fra i propositi degli uomini, ma non sono mai davvero divenuti una realtà storica. Le acquisizioni della conoscenza e le possibilità della scienza sono incredibili rispetto al passato, eppure “la terra interamente illuminata splende all’insegna di tale sventura”(Dialettica dell’Illuminismo).L’assurdità della condizione umana va proposta nel teatro attraverso la forma del paradosso della rappresentazione e dello straniamento del pubblico rispetto ad essa.Il paradosso passa anzitutto attraverso la frattura fra volontà e realtà: gli autentici propositi di Galileo si sono imbattuti in un potere indifferente alle ragioni della liberazione dell’umanità;la volontà in sé non basta,la generosità astratta è inconcludente anzi si trasforma nel contrario.L’anima buona del Sezuan,altro capolavoro di Brecht,delinea il fallimento delle buone e semplici intenzioni nella miseria della società dell’individualismo; si mostra così compiutamente la scissione dell’uomo borghese fra la coltivazione della purezza della propria anima e la rapina immorale,freddo risultato del calcolo di interessi personali. L’atomizzazione della società borghese ha raggiunto un livello estremo. “Come un fulmine il vostro antico comandamento di essere buona e di vivere bene mi ha squarciata in due parti[]Mi era impossibile essere buona per me e per gli altri[]Come si potrebbe resistere a lungo alla cattiveria se chi non mangia carne è destinato a perire?” A fronte dell’ingiustizia e della disperazione della società del capitale per Brecht non si tratta solo di volere altro,ma si tratta di capire in quale direzione cambiare.Dal suo punto di vista prendere posizione contro l’oppressione è significato non venire a patti con la società borghese che ha generato questa devastazione e la riproduce inevitabilmente,al di là per l’appunto del proprio iniziale astratto disegno.Nelle opere di Brecht si mostrano le lacerazioni umane conseguenti alle contraddizioni della società: lo spettatore è chiamato a raccogliere le domande e provare a darsi in autonomia delle risposte. Lo stesso epilogo dell’ Anima buona del Sezuan prende atto del capovolgimento della trama,da leggenda d’oro dei buoni sentimenti ad esito incompiuto di un compromesso. “Volete che veniamo.Dovete divertirci!” penserà il pubblico; ma nell’epilogo vi è riposta la consegna di drammatiche domande: “Deve cambiare l’uomo?O il mondo va rifatto?”.Non vi sono date soluzioni bell’e fatte, ma l’esito dell’opera riconduce direttamente al problema delle sorti dell’uomo; se non c’è vero modo di far sciogliere il nodo della trama è perché il nodo non può essere sciolto e l’insoddisfazione per l’assenza di un’autentica fine deve essere rivolto nel senso della domanda impossibile di come sia possibile che “un’anima buona possa darsi aiuto,perché alla fine il giusto non sia sempre battuto”.Ancora più oggi in questa società in cui l’apparato produttivo determina in maniera totalitaria l’essere individuale e sociale,l’intellettuale è il soggetto più esposto ai rischi di profondersi in semplici buone intenzioni che facciano il paio invece con la realtà dell’asservimento; “gli ultimi nemici della borghesia e gli ultimi borghesi”,come li definisce Adorno,devono fare necessariamente i conti con l’essere materiale privilegiato della loro vita e con l’astrattezza in cui incorre la semplice volontà; scrivere fra quello dei nemici anche il proprio nome(Fortini)significa fare della cultura uno strumento attivo di resistenza all’ordine costituito, proprio nel momento in cui però se ne riconosce l’insufficienza a livello della autentica trasformazione politica.
Giulio Trapanese

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: INTELLETTUALE E TRASVALUTAZIONE (dal n° 1 di Epimeteo)


Chiunque pratichi attività per le quali si prevede un utilizzo prevalente delle facoltà intellettive, naturalmente facendo riferimento ad una serie di competenze specifiche, rispetto alle facoltà fisiche, può essere definito legittimamente, anche se in un senso molto ampio del termine, un intellettuale. Tuttavia si è sempre teso ad identificare con la Categoria Intellettuale quelle personalità che operano direttamente nel mondo della Cultura, umanistica o scientifica che sia, rappresentando anche spesso un riferimento ideale per larghe fette della società , se non per l’intero immaginario collettivo. Spero che chi legge, possa perdonare al sottoscritto questa zelante nota didascalica d’esordio ma essa si rivela necessaria affinché sia ben chiaro l’oggetto della nostra discussione. Ciò si rende opportuno soprattutto perché ci apprestiamo ad affrontare questa tematica proprio oggi quando il tatto con la figura dell’Intellettuale è davvero molto scarso.

La Società contemporanea, plasmata sui miti dell’immagine e del consumo, segue nuovi “guru”, portatori dei valori tipici del neocapitalismo. La società dell’«Uomo ad una dimensione» guarda come suo fondamento non certo ai valori filantropici come quelli dei Saperi o della Cultura ma all’accumulo di beni di consumo, oramai fine e non più mezzo per il raggiungimento del piacere umano. Un sistema del genere non potrebbe che lasciare poco spazio ad un tipo di emancipazione umana che voglia partire dal fermento e dalla crescita culturali, quindi a chi fonda il suo ruolo sociale e la sua dimensione esistenziale su di essi.
Di fatti, se fino alla prima metà del XX secolo la figura-guida per la comunità è stato proprio il Luminare, l’Intellettuale, talvolta vate talvolta pastore delle masse, nell’esasperazione odierna del capitalismo e soprattutto del consumismo, il riferimento umano, il modello di vita, non può essere che il “ricco”, “colui che possiede”, magari l’ “uomo d’immagine” come quello dello spettacolo o della reality-tv. Pertanto è chiaro come l’Intellettuale non sia, oggi più che ieri, un simbolo di emancipazione per la massa seppur essa, rispetto a trent’anni fa, presenti un livello medio di istruzione (o sarebbe meglio dire alfabetizzazione/formazione) più alto.
Resterebbe solo da capire il ruolo effettivo che l’Intellettuale svolge nell’immaginario di settori specifici, come quello studentesco o quello professionistico-culturale. In effetti, anche in questi ambienti, ed in modo particolare in quello studentesco medio nonché universitario, la figura dell’Intellettuale gode comunque di un rilievo minore rispetto ad un divo del piccolo schermo. Gli spazi sociali, quindi, lasciati in questo tipo di contesto all’Intellettuale, oltre ad essere pochi, sono sempre più marginali e di nicchia. Tuttavia non c’è da confondere la poca visibilità con l’inesistenza. La figura dell’Intellettuale, difatti, oggi continua ad esistere e a svolgere un ruolo fondamentale per la crescita socio-culturale collettiva, seppur con modalità diverse e con meno evidenza. Sarebbe interessante, a tal proposito, capire quale posizione all’interno di questa intricata rete sociale, l’Intellettuale contemporaneo va ad occupare e con quali caratteristiche la sua figura si presenti. Proprio cercando di carpire quale siano le rotte di “incanalamento” sociale che l’Intellettuale odierno può percorrere, si possono distinguere, seguendo naturalmente un tipo di schematizzazione molto semplicistica, essenzialmente due diverse tipologie di percorsi quali quello dell’ “Intellettuale Integrato” e quello dell’“Intellettuale Indipendente” (tali definizioni sono qui adoperate per pura comodità nella comunicazione e senza alcuna superba pretesa normativa o teorizzante.ndr).
L’ “Intellettuale Integrato” può essere essenzialmente colui che viene assorbito in maniera totale dal sistema vigente, diventandone strumento, rimanendone inglobato nei meccanismi e utilizzato come fautore acritico dei suoi valori e del pensiero unico su cui questi si fondano.
L’Intellettuale che abbiamo, in questa sede, definito “Indipendente”, invece, per quanto possa non necessariamente essere un personaggio avulso dalla società, eterogeneo alle sue dinamiche ed estraniato dalle sue strutture, tenderebbe comunque a restare un individuo che conserva, sostiene e promuove sempre un approccio critico con la realtà, pur operando talvolta all’interno degli ambiti professionali tipici di questo stesso Sistema. L’ “Intellettuale Indipendente” dovrebbe rivelare una propria coscienza critica, libera e caratterizzata da una profonda onestà di pensiero, a prescindere da quale sia il suo modello ideale e/o ideologico.
E’ importante notare come, in entrambe le tipologie sinora tratteggiate, ad una “vecchia generazione” d’Intellettuali (quella già operante negli anni ‘60) vada ad affiancarsi una “nuova generazione” (quella degli attuali trentenni/trentacinquenni formatisi culturalmente e umanamente tra gli anni ottanta e i primi novanta) e come a queste se ne sommerà probabilmente un’ “ultimissima” nei prossimi dieci anni, con personalità attualmente in via di formazione.
A questo punto, sarebbe opportuno soffermarsi e focalizzare l’attenzione proprio sulla “nuova generazione” nonché su quella appena definita “ultimissima”, facendo riferimento esclusivamente alla seconda tipologia individuata d’Intellettuale, quella dell’ “Indipendente”.
Considerata la breve analisi su esposta e riguardante la società neocapitalistica dei consumismi, dell’ “unidimensionalità” omologante e del declassamento del sapiente rispetto a nuovi modelli umani, l’ “Intellettuale Indipendente” e realmente incondizionato, oggi, non può che partire da un atteggiamento critico nei confronti del Sistema vigente. In un contesto sociale che de-valorizza la cultura e il sapere, l’ “Intellettuale Indipendente”, in quanto tale e a prescindere da quali siano le sue convinzioni ideologiche o etiche, per incidere efficacemente nel sociale non può che fungere da “mente critica” e costituire una vera “Avanguardia della Contestazione”. C’è chi sostiene che la nuova “Intellighenzia” si stia formando con elementi provenienti dalle fila più disagiate della società, c’è chi invece è convinto che questa continui e continuerà a nutrirsi dei figli di gruppi sociali che derivano dalla vecchia Borghesia. L’importante, tuttavia, non dovrebbe essere la provenienza sociale ma la posizione critica che l’Intellettuale va ad assumere rispetto alla struttura sociale in vigore. L’Intellettuale che può lavorare per migliorare il nostro mondo non deve necessariamente essere inquadrato nella vecchia “concezione di classe” ma colui che prenda le mosse da una messa in discussione critica, parallelamente scardinante e costruttiva, della realtà vigente, operando ad una “trasvalutazione” dei valori per inclinare il dogmatismo del pensiero unico capitalistico-consumistco e alimentando poi quella dialettica multipolare necessaria per la costruzione di alternative.

Leandro Sgueglia

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Lavoro intellettuale e lavoro politico(dal n° 1 di Epimeteo)

Il lavoro intellettuale non è il mero lavoro mentale. Il lavoro intellettuale è un lavoro di analisi critica del mondo che circonda l’intellettuale. Il mondo che lo circonda, quindi, lavoro politico. L’intellettuale che lavora più su di sé, quello meno organico alla società, pure può dirsi politico. Politico in quanto il Sé è il suo mondo, è insieme Sé ed Altro e il confronto con l’Altro che è in sé è già troppo impegnativo per dare spazio al confronto con l’Altro che è fuori. Il lavoro dell’intellettuale è politico anche per un’altra ragione: non solo perché riguarda il confronto con l’Altro da sé (che è fuori o dentro di sé), l’analisi quindi del mondo che lo circonda, ma anche perché tale confronto viene espresso durante il suo sviluppo. L’intellettuale analizza criticamente a voce o per iscritto utilizzando sempre il linguaggio. Linguaggio che non può non essere politico. “Dire” è inscrivere nel segno la propria analisi, per rivolgerla a qualcun altro. Il lavoro intellettuale è politico, dunque, uno perché lavora sull’Altro da sé e, due, perchè è rivolto all’Altro da sé. Il punto di partenza, la condizione necessaria e il fine ultimo del lavoro intellettuale è la ricerca. Ricerca di un’alternativa, insieme, a quello che c’è e a quello che non c’è. E si sa che “ricerca” è nell’essenza “rivoluzione”: essendo il presente tale, e quindi uguale a sé stesso, senza idee nuove tenderebbe ad essere statico. E la staticità sta stretta all’intellettuale. Per questo egli lavora per essere da stimolo ad una svolta. Una svolta che sia anche interna alle statiche aspirazioni presenti (e dunque lavora ad essere alternativa anche a quello che non c’è ma che nel presente si spera ci sia). Con l’analisi del presente e la ricerca di un’alternativa per il futuro, che magari venga suggerita dalla storia passata, il lavoro intellettuale mira così ad aprire le strade che sta poi al lavoro politico valutare, scegliere, percorrere. Vale la pena domandarsi, ora, nel concreto di questo presente cosa rappresenta la cultura, il pensiero...l’intellettualità che “apre le strade”? Di certo il lavoro intellettuale continua ad essere ricerca. Ma questa volta la ricerca pare svuotata di senso, in quanto non più realmente rivoluzionaria nell’essenza. L’intellettuale continua a lavorare sull’altro da sé, ma non più per l’altro da sé, bensì o per sé, o peggio, per chi sta in alto. Dinanzi all’intellettuale si aprono oggi due sole strade, entrambe intrise di precarizzazione: La prima è quella di mettere la propria ricerca nelle mani delle classi dirigenti, studiando così il passato e facendo che esso si ripeta nel presente, allo scopo di permettere ai potenti di prevedere e in questo modo controllare ciò che accade. Mettere il lavoro intellettuale al servizio di quello politico dei piani alti, e quindi di quello dirigente- amministrativo, è un rischio che si è sempre corso sin dalle origini del pensiero. Del resto “operare con la politica” ha un significato pericolosamente ambiguo. E sottolineo: l’ha sempre avuto. Tuttavia oggi pare che la il confine tra la cooperazione volta allo sviluppo e quella volta al controllo sia più labile che in passato e che si passi senza troppa difficoltà dall’una all’altra senza che si capisca bene quale sia lo scopo definitivo (che siano entrambi...?O che l’uno mascheri l’altro senza riuscirci con costanza?). Quando invece l’intellettuale ricerca per sé, la strada si biforca ulteriormente: Da un lato si lascia che il sé diventi il proprio dirigente e si lavora per interessi materiali e puramente personali. Dall’altro non si fa della ricerca il proprio lavoro, non se ne ricava interesse alcuno, ci si chiude nel proprio sé e si scrive, si fa ricerca soltanto per non morire schiacciati da un presente ostile e pesante. Soltanto per dire a sé stessi “anche se nessuno lo apprezza, è ancora possibile fare ricerca”. Ed ecco che, paradossalmente, l’alternativa più egoista, che meno pare rivolta all’altro da sé, risulta essere quella più politica. Tra le righe l’ho detto anche prima: il confronto con l’altro che è in sé è lo stadio primordiale del confronto politico. Ma anche in questa scelta, che pure è minacciata dalla fama e dal controllo, allorché dovesse riuscire a resistere, non ci sono certezze alcune. Il lavoro intellettuale è minacciato, ma persiste a stare lontano dal denaro, si tenta in tutti i modi di non farne strumento di potere. Tuttavia ogni tanto non ci si potrà non domandare “...ma a che serve”? Non all’interesse materiale, non a quello politico (cioè: dirigente amministrativo).... A proposito del rapporto tra politica e cultura, ritengo impossibile non citare a questo punto Elio Vittorini, il quale fa un’analisi che ritengo degna di nota, in quanto punto di partenza teorico che definisce entrambe le attività, le quali “non sono perfettamente distinte, ma certo sono due attività”. Egli definisce la politica come la “cultura che per agire si adegua al livello di maturità delle masse”, mentre la cultura, “non impegnandosi in nessuna forma di azione diretta”, ha il compito di “andare avanti sulla strada della ricerca”. La cultura risulta essere dunque “ la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di mutamento e ne dà coscienza al mondo”. Del resto lo dicevamo prima: l’intellettuale dovrebbe lavorare per l’alternativa, per aprire le strade che sta al lavoro politico valutare, scegliere, percorrere. Parliamo ancora di oggi: pare che le strade abbiamo smesso di essere aperte, pare che la ricerca dell’intellettuale sia oggi volta a linguaggi e argomentazioni nuovi solo per dare alle masse alternative già sperimentate. Il fine è ancora il controllo. Come dice, ancora una volta, Vittorini, la cultura, per essenza, “aspira alla rivoluzione come a una possibilità di prendere il potere attraverso una politica che sia cultura tradotta in politica e non più interesse economico tradotto in politica”. Oggi assistiamo dunque al tramonto della cultura nella sua essenza. Della ricerca nella sua essenza. Della politica nella sua essenza.... Perché fino a che punto è giusto che si dividano? Quanto dipendono l’uno dall’altro? E quanto entrambi sono strettamente legati alle richieste del senso comune? Il lavoro intellettuale è sì diverso, più libero...ma comunque legato. Legato alla politica che a sua volta è legata alla società. Ripeto: il lavoro intellettuale è politico. Dunque, quello che a questo punto bisogna che ci si chieda è: perché il lavoro intellettuale si trova in questo stato? Quella intellettuale non è un’opera di riflesso delle richieste delle masse? Sarà che il mondo non le vuole le alternative? Sarà che la rivoluzione, quando è richiesta, la si vuole già bell’e fatta? E allora a che serve il lavoro intellettuale?Che futuro ha, che futuro abbiamo? Le idee a questo mondo non servono più a guidare, ma a controllare. E così anche la politica... Bisogna che si riparta da qui, da questa analisi, perché lavoro politico e intellettuale in senso puro, come li intendeva Elio Vittorini, tornino ad operare per una reale alternativa.
Elisa Cotena

Friday, September 15, 2006

IL FONDO: E se tutto stesse davvero nel sentirsi felici... (dal n° 1 di Epimeteo)



Il numero zero di questo giornale ha voluto essere tramite di un innocente modo di sentire, certamente estremamente vicino a ciò che può comunemente dirsi insoddisfazione o infelicità. Tale innocenza era data dal fatto che il gruppo cominciava appena a destreggiarsi nel confronto libero, che ognuno lentamente stava venendo fuori dalla propria chiusura individuale, dalla solitudine della propria stanza, stava scorgendo ciò che resiste fuori dal guscio della realtà materiale e dello studio. Era inoltre causa del fatto che certamente eravamo soltanto all’inizio di quel percorso che pone la consapevolezza obiettivo di primaria e vitale necessità.
Non stagneremo mai…di questo siamo e siete tutti consapevoli! Talvolta procederemo lentamente (coerentemente al nome che per noi abbiamo scelto), talvolta trasparirà il timore della sconfitta…ma non ci fermeremo.Non accadrà perché questa esperienza ha acceso e sta accendendo qualcosa nella testa di ognuno di noi, Qualcosa che seppure stentiamo a definire ci sta ponendo dinnanzi proprio quella sistematicità metodologica che silenziosi bramiamo da tempo. Ora nessuno di noi può far a meno di pensare, di studiare, di chiedere, ardendo alla ricerca di una risposta e tuttavia mai accontentandosi di soluzioni regalateci da voci esterne a noi stessi.
In principio i primi scritti che venivano fuori dai primi confronti facevano riferimento al bisogno di osare. Spesso poi ci siamo chiesti in quale direzione . ci siamo chiesti consapevoli del costante rischio retorico a cui andavamo a sottoporci cosa volesse dire precisamente osare.
Ebbene, questi giorni di assenza da Napoli m’hanno dato modo di leggere e pensare sull’altrui pensiero:

“La perversione sta nel fatto che la società industriale avanzata si trova ormai dinnanzi alla possibilità di dar corpo materiale agli ideali”

Poche parole che Marcuse scrive nell’uomo a una dimensione rendono perfettamente il senso dell’assenza odierna.
La mancanza di ideale sfocia forzatamente in un reale carnivoro dell’esistente come del trascendente. E’ un fatto che l’individuo si riconosca nella materialità circostante e che esse gestisca i suoi bisogni, il senso del suo esser felice come dell’esser assolutamente sordo all’infelicità. L’uso comune, di massa e mercificato delle immagini e del linguaggio ideale che permetteva di percepire una qualche mancanza oggi rende vano il sogno la speranza l’arte. Oggi spiega l’assenza radicatissima della cultura e del sapere così come della poesia!
Tutto appare barriera insormontabile, da queste mie parole appare vano anche lo sforzo di chi ancora ambisce al pensiero.
Ebbene tuttavia a mio avviso la via da battere è antitetica a quella che la filosofia e la letteratura in parte hanno fin’ora battuto. Ora come ora bisogna muoversi alla ricerca del sentire l’infelicità.
I rischi di questa scelta appaiono naturalmente evidentissimi. Vi è tangibile il rischio di apparire meri disfattisti, bisognosi di trascinare nel proprio sentir male l’intero mondo circostante.
Evidentemente l’intento è per l’appunto opposto.
Sentire l’infelicità significa predisporsi in uno stato mentale che anticipa di gran lunga il cambiamento, che anticipa e allo stesso tempo muove le rivoluzioni.
Sentire l’infelicità era l’obiettivo remoto della stessa scuola di Francoforte , di cui Marcuse er parte integrante.Quarant’anni fa come oggi l’esigenza era la stessa sentire il malessere per poi pensare la rivoluzione
Appare forse frustrante pensare di ritrovarsi così limpidamente rispecchiati nelle parole di pensatori che scrissero quarant’anni fa. Frustrante perché nel mezzo abbiamo vissuto il sessantotto, il settantasette, il buco nero degli ottanta e dei novanta…insomma sembra quasi che la storia abbia smesso di avere quella funzione che le si addice più d’ogni altra, quella d’esser maestra delle altrui future esperienze. Eppure è evidente che tanti sono gli aspetti che ci allontanano dall’esperienza de Francoforte, senza segare che il pensiero e la critica pura sono oggi più che mai vicini. Lo stato di desublimazione repressiva è giunto oltre ogni aspettativa, oltre ogni tollerabilità , in quarant’anni quotidianamente abbiamo lavorato alla costruzione di quel sistema chec’era stato palesato come il più terrificante tra tutti.
Tuttavia ciò che può far sperare i nostri animi così costantemente turbati da questo senso di perpetua sconfitta è che la realtà materiale, che negli anni 60 decollava veso i picchi più elevati di benessere materiale, di consumo sfrenato di euforia insensata, oggi è stato definitivamente soppiantato da uno status quo caratterizzato da depressione precarietà instabilità paura.
Percezioni e non prese di coscienza chiare ormai a tutti i cittadini di questo tempo, percezioni dalle quali noi abbiamo il sacrosanto compito di muovere ogni critica e ogni lavoro edificatore.
Essere consapevoli di questo dualistico aspetto della realtà ci costringe quasi ad adempiere secondo un senso morale per certi aspetti kantiano, al nostro ruolo di lavoratori instancabili di pensiero.
Prima di tutto non perdendo mai di riferimento il tragico involgersi dello stato reale e trascendente dell’individuo, il paradosso che muove la realtà oggi e il senso di sconfitta inconsapevole presente negli animi di tutti. In secondo luogo facendo che la storia torni ad essere maestra della nostra formazione e che si rianimi del peso e del colore che le è dato di avere. Infine restando fermi alla realtà leggendola alla luce dell’occhio consapevole che la materialità e l’esperienza storica sole possono darci.
Eleonora de Majo