Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Sunday, June 04, 2006

Il Partito (dal n° 0 di Epimeteo)


Al giorno d’oggi la crisi generale della società è evidente in quella dei partiti e ancora di più in quella della politica tutta;in quest’articolo si critica in particolare lo stato attuale in cui versano i partiti della sinistra nella situazione italiana attuale.
Ebbene, rispetto a questo si vede che questi partiti sono sempre più risucchiati nelle pratiche d’amministrazione spicciola piuttosto che nell’organizzazione autentica della partecipazione dei soggetti,che il loro dibattito non riguarda il cambiamento ma la gestione del presente;alla promozione di cultura politica si preferisce invece una prassi d’assistenzialismo verso gli individui.
Così l’esproprio della politica attraversa pienamente la direzione e il corpo di questi partiti.
La politica quindi viene a livello dei più costretta progressivamente a confronto sterile di opinioni e viene promossa invece al livello di chi la gestisce a gioco di potere e spesso di corruzione.
I circoli e le unità di base sono spesso astratti dal loro territorio,svuotati di discussione da parte degli stessi attivisti,ridotti a comitati elettorali; la dimensione della politica perde colpi rispetto al personalismo,alla burocrazia tradotta nel potere nelle mani di pochi.Si può dire insomma che il capitalismo lega a sé nella sua degradazione attuale queste formazioni politiche,le quali in ultima analisi non riescono a contrapporre alcunché al modello dominante .
La storia ci sorpassa come individui singoli in particolare poiché la nostra volontà difficilmente riesce ad intervenire realmente nel presente;il corso della Rivoluzione francese ha dimostrato come non sia possibile calare semplicemente dall’alto sulla storia generosi propositi di cambiamento; è necessario anzitutto comprendere il presente e cioè comprendere le effettive possibilità di intervenire. Un partito politico intende essere una direzione; ed una direzione dal momento che intende guidare un processo di cambiamento politico richiede da parte sua una teoria.
Nella storia contemporanea il grande tentativo di fare d’una teoria arma politica d’un partito è stato rappresentato dal marxismo.
Capire la storia del Novecento significa in molta parte fare i conti con il destino internazionale dei partiti comunisti e del pensiero sviluppatosi all’interno o all’esterno di essi,ma comunque in continuità con l’ispirazione di Marx .
La crisi attuale della politica organizzata a sinistra(ma in verità non solo) è in fondo tutta dentro a questo tipo di contraddizioni : le contraddizioni nell’applicare anche astrattamente un modello,rinunciando alla comprensione dell’effettiva situazione storica e sociale della circostanza concreta..
Nelle parole dello stesso Marx “I comunisti non pongono principi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario”:cioè non cadiamo nell’errore d’imporre forzosamente alla realtà effettiva una nostra teoria,che pure se pregevole corre sempre il rischio, a fronte del movimento della storia, d’essere astratta.
Non esiste una teoria politica buona per tutte le stagioni; qualunque condizione storica è sempre una condizione particolare: cioè la storia non si riproduce mai alla stessa maniera.
Il fenomeno del socialismo reale e dello stalinismo complessivamente nel ventesimo secolo è in verità ancora troppo poco pensato; rispetto al partito elementi della storia del secolo scorso che caratterizzano silenziosamente ancora la nostra attualità sono l’assenza di un’autentica democrazia interna a favore del centralismo di gestione dell’organizzazione,la chiusura nei confronti di apporti di nuovi contributi teorici e culturali,l’emergere della figura del militante come oscillante tra l’eroe popolare e il freddo burocrate ed in possesso in ogni caso d’una verità quasi astorica da confidare alla parte sana dell’umanità.
In questo contesto anche culturale il pensiero critico è schiacciato dall’ideologia dominante nelle sue diverse forme;nel Novecento almeno rispetto al modello dominante s’ergeva una contrapposizione importante rispetto alla visione del mondo; mentre al giorno d’oggi stiamo rinunciando completamente a capire quello che sta avvenendo.
Una teoria politica ha bisogno d’una filosofia e di un metodo e per questo non deve rinunciare a criticare realmente il proprio presente per quello che è e non per quello che i nostri riferimenti del passato magari avevano previsto che fosse.
Il ruolo delle idee nel discorso sul partito è particolarmente importante,perché in fondo sono queste la vera continuità della storia; un’avanguardia politica che contesta radicalmente la società in cui opera ha il compito di mantenere un atteggiamento onesto nei confronti della storia e delle proprie possibilità; non si possono scegliere spezzoni del passato favorevoli semplicemente per dimostrare d’essere nel giusto.
Viviamo in un momento in cui appunto i partiti e le organizzazioni che si pongono dalla parte della contestazione di questo modello dominante navigano a vista,senza vera coscienza di dove si stia andando ma soprattutto senza coscienza del proprio ruolo da un punto di vista storico più ampio.
Il restringimento evidente degli spazi della partecipazione,la crisi del confronto delle idee,lo svuotamento dei partiti come luoghi d’organizzazione e di formazione dei giovani in cerca di spiegazioni e attività politica, lascia sfuggire lo stesso ancora attualissimo significato del concetto di egemonia politica;s’intende l’egemonia all’interno dello scenario ampio della società:dal contrasto dell’educazione repressiva nelle famiglie, dai luoghi di formazione dei giovani, nelle scuole e nelle università,nei partiti rispetto al tradizionalismo e alla corruzione,nei diversi luoghi di aggregazione sociale e soprattutto nei luoghi di lavoro dove oltre alla rivendicazione e alla contrattazione economica c’è bisogno di riappropriarsi del diritto ad un lavoro che rientri nell’aspirazione della vita individuale e che questa non sia risucchiata ed alienata completamente nella ricerca della sopravvivenza materiale.
Così se i partiti radicali della sinistra rischiano di scambiare quotidianamente nella loro prassi politica il libertinismo per la libertà,il populismo per la democrazia e l’omologazione per l’uguaglianza,questo significa che l’adeguamento dei contestatori all’ordine vigente è quasi del tutto completato.
Ed è per questo che al giorno d’oggi essere rivoluzionari comporta anzitutto essere autenticamente disposti a pensare il proprio presente.

La nostra Politica: alienata nella prassi (dal n° 0 di Epimeteo)

La Società neocapitalistica e il mito del nuovo consumismo, hanno, tra i propri effetti, la diffusione, anch’essa omologante, del disinteresse degli individui per la vita pubblica, sociale, collettiva. L’imposizione di un modello di vita basato sul raggiungimento del puro benessere materiale, che sia standard per la gran parte degli esseri umani a prescindere dai singoli status sociali e culturali, mette le persone in competizione e riduce le vite a corse sfrenate verso il raggiungimento di una meta rappresentata esclusivamente dall’accumulo di ricchezza.

Una meta verso la quale il sistema ha incanalato le intime pulsioni desiderose dell’individuo, tramite quelli che sono i mezzi più efficaci di controllo umano, i mass media. Una meta che, pertanto, offusca ogni interesse per il benessere collettivo da parte dell’uomo.
L’individuo, sintetizzando, è concentrato su valori effimeri e dunque non guarda minimamente a quei principi ideologici che possono animare, invece, l’interesse per la politica e per la partecipazione alla “cosa pubblica” in genere.
Ma non è tutto qui. L’uomo omologato sul pensiero unico del sistema vigente, non crede nella “possibilità di cambiamento”, accettando così la società in cui vive come l’unico mondo possibile” e talvolta come “il migliore dei mondi possibili”. E’ chiaro come la mancanza di fiducia nel cambiamento possa incrementare decisivamente il livello di disimpegno.

I Soggetti tradizionali della promozione politica, ovvero i Partiti, non si sono dimostrati interessati e veramente impegnati a tamponare questo fenomeno regressivo e anzi, con un modo d’agire “lobbistico” ed aleatorio, hanno allontanato ancora di più i cittadini.

In effetti le stesse organizzazioni partitiche sono state coinvolte dalla medesima tendenza socio-antropologica che ha influito sulla massa, chiudendosi anch’esse paradossalmente in dimensioni quasi intimistiche, dando l’impressione di essere organismi scissi dalla società reale e strutturati solamente per tutelare gli interessi dei propri gruppi dirigenti, perdendo l’ottica del cambiamento possibile delle cose. Tutte queste dinamiche sono comunque emanazione di una sola causa comune quale “l’alienazione nella prassi”. La politica non è mai stasi ma, per sua natura, prima di essere attività pratica, è azione del pensiero, attività della mente sul piano teorico. Nel momento in cui essa si stacca dall’ideale si smarrisce nella prassi e devia la sua stessa attività pratica, perseguendo fini diversi da quelli presupposti e tra l’altro con mezzi inadeguati. Così vengo fuori confronti televisivi, tra presunti politici, basati del tutto sulla parvenza nonché sul colpo di scena ma, nel contempo, privi di contenuti.

La Politica è definita, a livello enciclopedico, come l’Arte di Governare. Dunque, in quanto Arte se distaccata dalla dimensione ideale, si snatura. Un’Arte, senza l’elemento ideale, non genera Opere ma produce oggetti di consumo. La Politica, senza ideali ed utopie, diventa attività affaristica come il commercio e così resta prerogativa di pochi eletti “professionisti d’affari politici”.

Può sembrare paradossale ma quelle che sono emorragie della politica sul piano intellettuale, hanno dunque rilevanti conseguenze sulla partecipazione di massa. In altre parole, il cittadino, già deviato dal Sistema, trova ulteriore motivo di disimpegno nell’incapacità della classe politica che non può che dimostrarsi priva di contenuti effettivi, in quanto alienata nella prassi e scissa dall’ideale.

Thursday, June 01, 2006

EPIMetEO: Colui che pensa dopo


Troppi - e troppo improvvisati - sono oggi i Prometeo del pensiero unico neoliberista, troppe le trombe -e quanti i tromboni! - annuncianti le "magnifiche sorti e progressive" di questo sistema di produzione e sviluppo. Presentato neanche più come il migliore - il che implicherebbe comunque la temutissima possibilità di pensare altrimenti - ma come l'unico dei mondi possibili, esso è stato efficacemente descritto da Serge Latouche (il "folle" teorico di una "impensabile" decrescita) come un «bolide, che non ha retromarcia, né freni, né conducente». I miti della produttività e dell'efficienza ci vengono quotidianamente imposti dai media e da un modello di vita a ritmi serrati che non ammette pause, che non consente soste o fermate, pena lo spettro della marginalità. E tale modello è anche accettato di buon grado da coloro che lo subiscono, cui viene graziosamente concessa un'apparenza di libertà in piccole dosi, così che «la gente, efficacemente manipolata ed organizzata, è libera: ignoranza, impotenza e eteronomia introiettata costituiscono il prezzo della sua libertà». Servi sumus ut liberi esse possimus. Così scriveva Marcuse nel (lontano?) 1966: «Ciò che cominciò come sottomissione ad opera della forza, presto divenne "servitù volontaria", collaborazione nel perpetuare una società che aveva reso la servitù sempre più rimunerativa e accettabile». Il filosofo della scuola di Francoforte scriveva in un periodo di enorme sviluppo economico e riferiva il suo discorso alle "società opulente". Oggi nuove dinamiche sono già in atto e nuove prospettive si aprono: la precarietà a tutti i livelli è la categoria dominante con cui leggere il nostro tempo, un senso diffuso di insoddisfazione riguarda tanto i (presunti) Vincitori quanto i Vinti di un sistema in cui queste categorie naturalmente s'impongono.
Autocolpevolizzarsi per gli insuccessi è la reazione più naturale, quando non è dato immaginare che si possa anche vivere altrimenti, che ciò che ci circonda non è ineluttabile, che possiamo non essere noi ad essere sbagliati, ma qualcos'altro. Non voglio far torto da un personaggio tutto fuorché "reazionario" come Prometeo, che tanto ha appassionato studiosi e drammaturghi, che è complesso e problematico come pochi (e sicuramente non gli rendiamo del tutto ragione contrapponendolo al Nostro). Prometeo strappa i segreti agli dei e con essi il controllo sulle vite umane; è il campione degli uomini, di quegli uomini che all'inizio della loro storia <>, <> e conducevano un' esistenza confusa e misera (Eschilo, Prometeo incatenato) : a loro Prometeo ha insegnato tutte le arti, alterando l'ordine instaurato e così suscitando le ire e la repressione di Zeus. Sembrerebbe allora naturale vedere in Prometeo il personaggio più idoneo a rappresentare gli sforzi e le istanze di un collettivo che (concordo in questo con Leandro) si pretende Avanguardia, che ha il compito di "osare" . Epperò, mi sono detto, bisogna osare, sì, giusto: ma osare che cosa? Correre il rischio, va bene: ma il rischio di far cosa? Ecco, da tutte le riunioni (alle quali, coerente Epimeteo - dio che faccia tosta! - mi sono puntualmente presentato in ritardo…) mi pare di aver colto una comune esigenza: l'esigenza di fermarsi, di restare indietro, di perdere il passo; anche rispetto ad un sistema dell'informazione che ci aggiorna su tutto, ma proprio tutto, in tempo reale, chè ci sembra di sapere tutto, di stare al passo coi nostri tempi. Senza che poi ci siano dati i mezzi e le possibilità di rielaborare, di decifrare questa enorme quantità di dati che si sovrappongono (o giustappongono, acriticamente, paratatticamente, mi verrebbe da dire) nella nostra mente. E allora è di questo che abbiamo bisogno, fuggendo il rischio di essere travolti da un efficientismo uguale e contrario: di una riscoperta di ciò che è inefficiente, improduttivo, conviviale. Non è una pruderie radical chic, per noi è l'unica salvezza. Eccolo allora Epimeteo, "colui che pensa dopo", e con una certa difficoltà, perennemente fuori corso, un po' smarrito, e inquieto, uomo-eroe che, abbandonandosi alla vita, proprio per ciò la consuma e continuamente "muore", la cui curiosità è pericolosa e fuori tempo (cosicché scoperchiando il vaso di Pandora ne fa uscire tutti i mali, ma riesce a salvare elpis, la speranza). È un marginale. Un esule. Un outcast. E' nella teoria ma soprattutto nella prassi epimeteica che è riposta la nostra speranza. Non è di un Ulisse omerico che abbiamo bisogno oggi, ma di un Ulisse dantesco. Non di un Orlando, ma di un Chisciotte. Non di una chiamata alle armi, ma di un convivio dissacrante che smascheri il marcio e il mediocre. Non di un Prometeo, ma di un Epimeteo. Hasta la victoria!